Da Ciciretti a Faraoni, passando per D'Alessandro: storia di un vivaio in declino
C'era una volta un sogno, quello di indossare la maglia della Lazio. Una chimera, anche per chi non amava i colori biancocelesti, varcare la soglia del Francesca Gianni, di Formello piuttosto che del Maestrelli, per entrare a far parte di un sodalizio storico, la polisportiva capitolina maggiore. Non è più così, adesso sembra che si faccia a gara per lasciare la Lazio. Se è vero che Di Maria e Cavanda hanno appena rinnovato con la Lazio, per una serie interminabile di talenti negli ultimi anni la Lazio ha smesso di rappresentare il massimo. L'ultimo, in ordine di tempo è Marco Davide Faraoni, il talentuoso stopper - scrive oggi il Corriere dello Sport - ai biancocelesti preferisce addirittura il Palermo di Zamparini, ma soprattutto di Sabatini, l'ex diesse scopritore sì di talenti quali Lichtsteiner, Kolarov, Zarate e Radu, ma altrettanto responsabile, in parte, della carriolata di giocatori in parcheggio a Formello, nonchè protagonista, nascosto, del giro via Bellinzona che ha portato Kasami alla corte di Delio Rossi. Oltre a Faraoni, c'è Pietro Amato Ciciretti, fresco campione d'Italia Allievi con la Roma, scoperto da Volfango Patarca. "Lo portai alla Lazio nel 2001, quando il settore giovanile era guidato da Giancarlo De Sisti - ricorda orgoglioso Patarca - E' un 1993 (è nato il 31 dicembre, ndr), si vedeva che era bravo. E' rimasto con noi fino a 2004, all'epoca il dg era De Mita e il suo punto di riferimento per il settore giovanile era Pasini. Quando è andato via Ciciretti aveva 10 anni, c'era ancora la firma annuale e noi non potemmo fare nulla per trattenerlo. Era un periodo particolare - specifica - era prima dell'avvento di Lotito e la Roma ne approfittò, di quel gruppo andò via anche il tecnico Massimo Lana (avrebbe una parentela con un noto procuratore, ndr) e c'era anche il portiere Pigliacelli, ora con la Primavera giallorossa. Insomma, la Lazio non potè molto, Bruno Conti fu bravo ad approfittarne, magari andando a parlare con le famiglie dei calciatori - ammette Patarca - Ovviamente, non c'è nulla che violi le regole in questo comportamento, ma io non ho mai parlato con le famiglie di calciatori della Roma". Ma la transumanza biancoceleste verso Trigoria non termina qua, basti pensare ad Alberto Aquilani, Alessandro Malomo, Aleandro Rosi, Grillo, e, infine, Marco D'Alessandro. "Rosi lo presi personalmente, così come Aquilani, poi il padre mi pregò di lasciarlo andare alla Roma anche per motivi economici - ricorda Patarca - D'Alessandro ha lasciato la Lazio sotto la gestione Lotito, la famiglia venne colpita da un lutto, la Lazio non fu sensibile quanto avrebbe dovuto e il fratello, alla fine, lo portò alla Roma". L'elenco è lungo, imbarazzante per una società che del settore giovanile faceva il suo vanto. Se è vero che Lotito per l'intero settore giovanile, come ammesso dal responsabile Giulio Coletta (Tare gestisce la Primavera e gli Allievi Nazionali, ndr), "investe 700.000 euro l'anno, un quinto dei club della stessa fascia, per alcuni anche un decimo", la sensazione è che alla Lazio, oltre alla carenza di personale, ci sia una lacuna più grave, ovvero manchi un fattore introvabile sul mercato: la competenza. Visto da fuori, a Formello sembra che basti alzare un po' la voce per accasarsi altrove, preferibilmente la Roma con Conti sempre a braccia aperte. Per un club che vivacchia autofinanzoandosi, con uno sponsor che certo non fa ricco Lotito e suoi azionisti, non investire sul settore giovanile resta una colpa imperdonabile. Infine, capitolo Gentili e Dabliu. Una società come la Lazio non può affittare i campi dei suoi futuri potenziali campioni, dovrebbe avere una propria struttura, perchè la forma conta, e per un bambino anche un campo di livello, con degli spogliatoi nuovi di zecca, magari una piscina e un ristorante degno di questo nome, farebbero la differenza. Lotito ha promesso di realizzare quattro campi a Formello, lasciando ai due centri della Giustiniana e dell'Eur solo la Scuola Calcio, vedremo se almeno questo verrà fatto. Ai laziali, agli osservatori della comunicazione, resta una sensazione di improvvisazione, di tirare a campare, ingiustificabile e, per chi ama questi colori, assolutamente poco rispettosa della Storia di chi in questa città gioca dal 9 gennaio 1900. Purtroppo, anche questa è la Lazio di Lotito, il tempo delle promesse e del salvataggio dal fallimento è ampiamente scaduto, ora la mente è piena di cattivi pensieri, forse perchè i giovani italiani, a differenza di quelli stranieri, muovono pochi soldi. Ripetiamo, cattivi pensieri, e nulla più, sperando che gli aquilotti la smettano di trasformarsi in lupacchiotti, perchè, come dice un anonimo su facebook, i romanisti, restano e resteranno, laziali che sbagliano.
