Qualcosa di biancoceleste

08.09.2010 20:54 di  Daniele Baldini   vedi letture
Fonte: Il Messaggero
Qualcosa di biancoceleste

Quando si dice il miglior Lotito della stagione, forse di sempre. In due frasi due. Senza sproloqui aggiunti. «La Lazio vuole valorizzare il settore giovanile per costruire la squadra del futuro», «Il mio obiettivo è riconquistare i tifosi». Dette a margine della vittoria della Primavera biancoceleste nel Torneo Tirreno e Sport, in finale contro la Roma.
Eccola, finalmente, la testa di ponte verso il futuro. Finite le autocelebrazioni, si spera. Chiusi i conti col passato, con quelle polemiche rinnovate a ogni esternazione. Che il presidente stesse cambiando (perché solo gli imbecilli restano sempre della stessa idea), si era intuito in due mosse di mercato: l’ingaggio di Hernanes, pagato tutto insieme perché scegliesse proprio la Lazio, e il rinnovo con Ledesma. Basta scommesse: e badate che anche Santa Cruz lo era. Un obiettivo unico e mirato. Basta tribunali: non è la strada della minaccia quella che può convincere un giocatore di oggi. E c’è dell’altro: l’impegno del ds Tare nel cercare di risolvere la questione dissidenti, tarpato solo dalle pretese di chi non ha voluto rimettersi in gioco.
Testa di ponte non vuol dire ancora ponte fatto e finito. Ma ci piace, eccome, questa idea di Lazio autarchica, nel segno della tradizione biancoceleste dei D’Amico, dei Giordano, dei Nesta. Speriamo che Faraoni sia stato davvero l’ultimo a fuggire: se l’ha fatto è perché gli è mancata quella fiducia che oggi il presidente dice di voler ricostruire, si spera con una rete di osservatori e tecnici che vengano dal campo, non dalle caserme. Sesena, e poi Bollini, e dietro altri allenatori veri, entusiasti: perché i ragazzini vanno “maneggiati” con cura, a cominciare da Cavanda che ha grande personalità ma tentazioni da Balotelli, da correggere ora.
L’altro impegno è ancora più gravoso: riconquistare la gente. Diecimila abbonamenti sono nulla, al di là della tessera del tifoso. E’ quel finire sempre a distanze siderali dalla Roma che ha rotto l’equilibrio. I risultati conteranno (e la squadra è ancora tutt’altro che perfetta), ma il primo passo è riportare i giocatori fra di noi, dargli voce affinché risveglino gli entusiasmi sopiti: Hernanes e Zarate, tanto per fare due nomi, vanno gestiti alla Ibra, alla Ronaldinho, alla Totti. Serve il loro, di messaggio. Il secondo è riallacciarsi al passato: senza più paura di subirne l’ombra. La Lazio non è stata solo Chinaglia e in troppi ne sono stati esclusi senza motivo, mentre potevano essere proprio loro gli ambasciatori pubblici, le bandiere sventolanti, di una Storia che ha bisogno urgente di nuove pagine, di non fermarsi al tesoretto delle ultime due (belle) coppe alzate. C’è un gran bisogno di Lazio in città e fuori: da coltivare nelle scuole, nella Polisportiva, attraverso il merchandising. Serve il famoso Museo. Serve tanto, tutto. Se Lotito tende la mano davvero, può aprirsi una stagione nuova. E lo stadio, sempre, non la tv, ne sarà la cartina di tornasole