Il 26 maggio e quell'aria d'inizio '900...

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07.06.2013 09:19 di  Marco Valerio Bava  Twitter:    vedi letture
Fonte: MarcoValerio Bava-Lalaziosiamonoi.it
Il 26 maggio e quell'aria d'inizio '900...
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Non è mai giugno. Non sarà mai estate, solo la primavera ci accompagnerà ormai. E' solo 26 maggio. Non c'è altra data. La vedi ancora là, quella palla che filtra e premia la corsa di Candreva, quel cross testo smanacciato da Lobont sui piedi di Lulic e senti ancora quel boato assordante, vedi ancora la Curva Nord urlare a chi è di fronte che sì, siamo noi, siamo il vostro incubo peggiore e ci stiamo riprendendo la nostra città. Lulic, lo ha confessato candidamente, non si è ancora reso conto della portata del suo gol e chissà quando riuscirà a realizzare. Forse mai. Forse perché devi essere Romano e vivere ogni giorno Roma per respirare un'aria nuova, almeno per noi nati da poco. Sembra di essere tornati nel primo quarto di Novecento, quando Roma era abitata da poco meno di 500.000 persone, quando l'Urbe non era ancora città di uffici e ministeri. Sembra di essere tornati a quando Piazza della Libertà era il ritrovo di giovani ragazzi romani affamati di sport e con un sogno in tasca chiamato Lazio, quando Luigi Bigiarelli correva veloce e Sante Ancherani era il primo centravanti della storia di Roma, quando il derby si giocava con Virtus, Alba, Fortitudo e Roman, squadre nate per emulare la Lazio, padrona del calcio romano, praticamente imbattibile per quelle piccole realtà che poi si sarebbero fuse (tutte quelle sopracitate tranne la Virtus) per dar vita all’Associazione Sportiva Roma 1927. E’ chiara e limpida la Storia e dice Lazio, idea diventata ideale, nata libera, alta e fiera. La Lazio "non proviene da". Non proviene dalla volontà di un regime di creare una squadra che potesse essere strumento di propaganda. La Lazio no, è la voglia di nove giovani di regalare ad altri Romani la possibilità di fare sport senza pagare rette altissime nei circoli che sorgevano sulle rive del Tevere. Qui si marchia la differenza tra il biancoceleste e il resto. Questa è Storia e la Storia non è coacervo di numeri e date. La Storia è la nostra memoria, è conquista eterna come amava ripetere Tucidide. Senza Storia cosa saremmo? La risposta è talmente semplice da risultare ovvia: saremmo niente. Senza Storia saremmo animali. E badate che questo vale soprattutto per argomenti ben più delicati del calcio. Ma il calcio, pur essendo la cosa più importante tra quelle meno importanti, è comunque un fenomeno sociale e dunque anch'esso ha una Storia che parla senza possibilità d'esser fraintesa e questa insegna che la Lazio è una virtù, è lei a sceglierti, non puoi essere tu a scegliere Lei. Si scelgono le mode, si sceglie di andare dietro alla massa, la Lazio, invece, è fede incrollabile, ti brucia dentro, ti rende forte e degno anche quando il destino decide di sferzare il tuo credo con la sua mano più pesante. Ne ha passate tante il Laziale, tali e tante che altri -son convinto- non avrebbero retto. Il tifoso della Lazio accarezza le sue cicatrici quasi fossero ricordi da assaporare. Il Laziale non sfoggia, in quanto chi è non ha necessità di apparire. Il Laziale rifiuta il branco, è Aquila. Vola solo, non ha paura del “pochi contro tanti”, sa che se gli altri saranno tanti, dalla sua parte saranno sempre Tutti. Basta avere una minima nozione di “Simbologia Perenne” per capire che la gloria di Roma è da sempre celeste e dunque che il 26 maggio era uno e uno solo il risultato possibile. La Lazio è Roma, la storia della Città e della sua squadra si intrecciano, si legano indissolubilmente. Simboli, Storia e stile sono prove inconfutabili. Altro che pedanteria, andare oltre alla Storia, ai suoi fatti, alla sua oggettività è un salto mortale estremo e senza possibilità di successo, sintomo di quanto sia ancora presente nei loro occhi quel gol, nelle loro orecchie l’urlo dei Laziali schierati di fronte. Domenica 26 maggio la Lazio, dopo tante battaglie, ha vinto la guerra e issato sull’Urbe il proprio vessillo: “Hic manebimus optime”. Ha alzato la Coppa, si è girata da una parte e c’era un Popolo in tripudio per aver ribadito la propria supremazia. Poi ha guardato dall’altra e non c’era più nessuno. Solo Lazio. Proprio come nel primo quarto di Novecento. Altro che vittorie che evaporano in fretta. Il 26 maggio è stato tracciato un solco. Sarà per sempre 26 maggio.