De Silvestri e tra ricordi e un addio al veleno: "Che orgoglio vincere la Coppa Italia... Lasciare la Lazio non è stato facile... Gabbo amico vero"

25.05.2012 11:45 di Giorgia Baldinacci   Vedi letture
Fonte: di Marco Conterio per TMWmagazine
© foto di Daniele Andronico
De Silvestri e tra ricordi e un addio al veleno: "Che orgoglio vincere la Coppa Italia... Lasciare la Lazio non è stato facile... Gabbo amico vero"

La chiacchierata scivola via veloce. Di corsa. Fuori piove, tra una seduta d’allenamento e l’altra della Fiorentina, ma Lorenzo De Silvestri non si dispera. E’ abituato a fatiche diverse, sin dai primi anni. Dici Bjorn Daehlie, dici Silvio Fauner e i suoi giovani occhi si illuminano. “Due grandissimi atleti”. Idoli che, col calcio, non hanno nulla a che vedere. La vita di Lollo, però, è un decathlon
di esperienze e successi, per forgiare corpo e spirito. “Ginnastica artistica, atletica, sci di fondo. E pallone”. Snocciola una lunga lista d’attività praticate tornando indietro con la memoria, anche se i primi ricordi lo riportano a casa. A Roma. “Sono nato a Monteverde, vicino al Gianicolo, da una famiglia normale, entrambi i genitori dentisti. Sono stati loro a trasmettermi il grande amore per lo sport”. Con quale inizia? “Con la ginnastica artistica, per allenare il fisico, è stata una disciplina davvero importante. Mi ha forgiato anche nella mente, ma poi non crescevo troppo...”.

E si è dato all’atletica. “Esatto. Sono cresciuto praticamente dieci centimetri in un batter d’occhio. Facevo distanze lunghe e corte, dai mille agli ottanta metri. Poi un altro grande amore, lo sci di fondo”. Quello degli idoli di cui sopra, Daehlie e Fauner. “Facevo sia tecnica libera che tecnica classica, ho anche vinto un Trofeo Topolino, un’importante manifestazione giovanile della disciplina. Però, dentro di me, covavo sempre un sogno: fare il calciatore”.

Via, allora, si parte. Dalla Romulea. “Ho costretto, praticamente, mio padre a segnarmi. Feci un provino per una delle più importanti squadre giovanili di Roma e mi presero. Giocavo esterno alto a destra, quindi già alle origini ero già sulla strada del ruolo che faccio adesso”.

Avanti coi ricordi. “Il mio primo allenatore è stato Fabiani, che poi ho ritrovato alla Lazio. Sono rimasto due anni, ho degli splendidi ricordi, anche se sul campo in terra mica era semplice giocare. Poi, proprio grazie al mister, sono andato in biancoceleste: fece il mio nome a Volfango Patarca, talent-scout della Lazio e in un torneo a Reggio Emilia decisero di prendermi”.

Il coronamento di un sogno, giocare nella squadra del cuore. “Già: iniziai coi Giovanissimi Nazionali e, seppur con tutte le difficoltà del caso, fu comunque tutto facilitato dal fatto che eravamo per almeno l’80% di Roma. Il primo anno ho giocato terzino destro, feci anche un ottimo campionato, tanto da meritarmi la Nazionale”.

L’Under 16. “Fu una gioia meravigliosa, unica. A Salerno, allo stadio Arechi, con ragazzi più grandi di me come Rossi, Lupoli e Paonessa. Conservo e conserverò per sempre quella maglia. Poi sono andato avanti, a grandi passi, prima con Rambaudi poi con Sesena come allenatore, sino all’esordio in prima squadra a diciassette anni, nel 2005, in Intertoto contro il Tampere”.

Certo è che, perdoni la riflessione, ha fatto davvero poca gavetta. “Sono stato fortunato, non lo nego. Primavera, prima squadra, poi i titoli... Ho bruciato le tappe, ma dietro di me ho sempre avuto una splendida famiglia a farmi tenere i piedi per terra. Anche perché la luce dei riflettori ti fa pensare di essere arrivato: le prime gare, i primi autografi, rischi di perdere la testa. Sono stato bravo a non farlo e la mia famiglia a supportarmi”.

Anche quando il celebre tabloid The Sun la inserì tra i migliori giovani al mondo. “E’ l’esempio lampante: sono riuscito a tenere i piedi per terra. Una fortuna”.

In carriera ha anche giocato le Olimpiadi: al di là del risultato sportivo, ha ricordi particolari a riguardo? "In Cina. Mi ricordo una mensa pazzesca, gigantesca. Si incrociava di tutto, dal mastodontico lanciatore di peso alla piccola ginnasta, dal nuotatore al tennista. Ho anche visto da vicino grandi atleti con Federer, Nadal, cestisti come Gasol ma non ho chiesto autografi a nessuno: non volevamo disturbare sportivi che per quattro anni preparano un evento così importante”.

A proposito di emozioni: in bacheca ha anche una Coppa Italia con la Lazio. “Ricordo ogni istante di quella partita. Giocai tutta la competizione, fu un orgoglio doppio. La finale, con l’Inter, dopo aver sconfitto Juventus e Milan, a soli vent’anni... Ho ancora negli occhi il rigore di Dabo ed i festeggiamenti per la vittoria”.

Piccola parentesi, per poi virare su un altro capitolo della sua vita: in molti l’accusano di non spiccare in quanto a tecnica. “Ho saltato la scuola calcio, alcuni fondamentali mi mancavano. Con Delio Rossi, dopo l’allenamento, mi fermavo a lungo per sedute di tecnica e tattica, a lui devo davvero tanto. Oggi i ragazzi non lo fanno”.

Non che lei sia un ‘anziano’, però... “Vero. Però, a differenza mia e di altri con cui ho giocato in passato, vedo che questo costume non c’è più. Volevo migliorare le mie basi e ci sono riuscito grazie alla forza di volontà: per me, questo, è grande motivo d’orgoglio”.

Riprendiamo la strada maestra della sua carriera. Primavera, prima squadra, trofei e cotillons... Poi un addio al veleno dalla Lazio. “Sono sincero: mi pento di averne parlato tanto. Ho usato l’istinto, potevo tenermi per me tutte quelle sensazioni e tutti quei pensieri sulla dirigenza e sulla mia gestione. Non è stato facile, è chiaro: ho lasciato la famiglia, gli amici, ma sono cresciuto. Andar via da Roma mi ha aiutato tanto a maturare. Volevo giocare di più, lì avevo tutto e rischiavo di perdere la fame di arrivare, accontentandomi della realtà che vivevo".

Poi, Firenze. "Un'occasione che ho preso al volo. Bellissima, rifarei mille volte ancora questa scelta". Tante gioie in viola, coronate anche dall'azzurro. "Contro le Far Oer, proprio all'Artemio Franchi. E' stata un'emozione unica, per un calciatore è il coronamento di un sogno, senti ripagati tanti sacrifici che hai fatto. Inutile dirlo e ribadirlo: ricorderò per sempre la mia prima con l'Italia".

Anche la vittoria col Liverpool, ad Anfield? "Mamma mia, altra serata unica, resa ancor più bella da un regalo di Della Valle: eravamo già passati, ma allo stadio invitò tutti i nostri familiari. Poco prima della gara, vidi lo stadio vuoto e mi sembrò strano. Poi iniziò a riempirsi: la Kop mette i brividi, ma ce li fecero venire anche i nostri tifosi. E' stato splendido, splendido davvero, si respirava un'euforia unica per un'impresa storica".

Il suo legame con Firenze, con la città, è molto forte. "La mia prima casa era in San Niccolò, un quartiere che mi ricordava molto Trastevere. Avevo il bar e l'edicola di fiducia, conoscevo i negozianti... Mi piace la vita di quartiere, non sono un tipo sedentario ma appena c'è uno spicchio di sole esco all'aria aperta. Firenze la vivo molto: vado al Piazzale Michelangelo o a fare una passeggiata in centro, tra Piazza della Repubblica ed il Duomo".

Sa una cosa? Lei non ricorda affatto quello che in molti dipingono come lo stereotipo del calciatore. "Altro mito da sfatare: non siamo viziati ignoranti. A me piace molto leggere, informarmi, viaggiare, ma piace farlo anche a tanti miei compagni".

Legge e naviga, inoltre. "Mi piace molto Niccoolò Ammaniti: ha uno stile giovanile, i suoi testi li 'divoro'. Ultimo libro? La biografia di Agassi, altro grande atleta. Poi sono un grande appassionato del web, di Twitter in particolare. E' un media nuovo, moderno, che ti permette di essere sempre e costantemente aggiornato su tutto e su tutti".

A bruciapelo: le manca Roma? "Casa è sempre casa, sfido chiunque a dire il contrario. Detto e sottolineato che con Firenze ho creato un legame speciale, di Roma mi mancano i vicoli, il centro, le fontanelle, gli amici, la famiglia, le piazze. La vita, la vita che ognuno lascia quando lascia la terra dov'è nato".

Roma, amici. Del vostro rapporto si è detto e scritto tanto, forse troppo. Chi era, per lei, Gabriele Sandri? "Un amico, un amico vero. Ci accomunavano la Lazio e la musica: Gabbo faceva il dj e con lui del mio lavoro parlavamo pochissimo. Lo porterò sempre con me, nel cuore".

Musica, diceva. Cosa ascolta? "Dai Red Hot Chili Peppers a Adele, da Lana Del Rey a Bruce Springsteen. 'Born To Run' era la colonna sonora di quando sciavo con mio padre".

Nessuno vuol far gossip, s'intende: ma che sia fidanzato, è cosa nota e risaputa. "Con Giulia (Giulia Elettra Gorietti, l'attrice di Tre Metri Sopra Il Cielo e Ti Amo In Tutte Le Lingue Del mondo, ndr), da un anno e mezzo. Stiamo bene insieme, siamo coetanei, seppur gestire le vite da personaggi pubblici non è che sia facilissimo. Però siamo due ragazzi semplici, e questo rende le cose meno complicate".

Viaggia molto? "Quando ero piccolo, adesso son più toccate e fuga per lavoro. Sono molto legato agli Stati Uniti, a New York, sono rimasto a bocca aperta davanti al Grand Canyon... Ci tornerò".

A proposito: ma è vero che parla cinque lingue? "Sono cresciuto in una scuola tedesca, poi l'inglese, il francese e sto cercando di imparare lo spagnolo".

E la quinta? "L'italiano...". Domanda poco arguta, vediamo se la prossima è più fortunata: De Silvestri il poliglotta si vede all'estero, in futuro? "Ragioniamo per ipotesi lontane e remote, ma mi piacerebbe, perché no? Magari proprio negli Stati Uniti, una realtà che vorrei vivere giorno dopo giorno, anche se l'Italia è sempre l'Italia".

Quiz rapido: l'idolo di una carriera? "Gianluca Zambrotta".

Inusuale come risposta: perché? "Sa che non gliel'ho mai detto? Mi vergogno a farlo. Però è il modello di giocatore al quale mi sono sempre ispirato: grandi doti atletiche, prima da esterno alto poi da terzino e soprattutto una persona 'low profile', mai fuori dalle righe. Lui come Maldini, del quale conserverò sempre una maglia che ci siamo scambiati nel suo ultimo anno in rossonero: capitano, leader e grande persona". Come si vede da grande? "Mi piacerebbe viaggiare, conoscere, scoprire. E poi restare nel mondo del calcio".

Iniziamo ad allenarci e la chiamiamo mister De Silvestri? "No, no, l'allenatore no. Piuttosto come direttore sportivo delle giovanili, per supportare i ragazzi nel difficile salto dalla primavera alla prima squadra. Due mondi diversi, per questo c'è bisogno di aiuto. Io ho avuto una famiglia splendida alle spalle, ma è un percorso tutt'altro che semplice. Anche perché le luci della ribalta accecano ed in fondo non siamo extraterrestri, ma ragazzi fortunati che però vivono un mondo che ha come gli altri anche il rovescio della medaglia". Born to Run. Ma coi piedi ben piantati per terra.

L’INTERVISTA a ROBERTO SESENA (di Gianluca Losco)

E’ vanitoso, si piace molto fisicamente e sta sempre a dorso nudo”. Roberto Sesena ha allenato Lorenzo De Silvestri ai tempi della Primavera nella Lazio e la prima istantanea la regala col sorriso sulle labbra. “L’ho portato su dagli Allievi. Ne ho un ricordo positivo, sicuramente era più maturo rispetto alla sua età. Aveva uno strapotere fisico ma anche alcuni limiti tattici che ha cercato di limare nel tempo. Era il nostro fiore all’occhiello, io lo impiegavo come esterno alto nel 4-4-2. Ancora adesso ci continuiamo a sentire”.
Cosa gli manca per l’esplosione definitiva?
Stiamo parlando comunque di un ragazzo di 24 anni. Ha attraversato un percorso di maturazione, anche se mi sarebbe piaciuto se avesse migliorato l’aspetto difensivo”.
Si ricorda un episodio o una curiosità particolare?
E’ un ragazzo serio, anche se un po’ esuberante. Sicuramente ne ho un ricordo positivo”.