Paparelli, è tempo di schierarsi e di uscire dall'ambiguità

20.01.2021 10:00 di Marco Valerio Bava Twitter:    Vedi letture
Fonte: MarcoValerio Bava-Lalaziosiamonoi.it
© foto di Antonello Sammarco/Image Sport
Paparelli, è tempo di schierarsi e di uscire dall'ambiguità

Complimenti al presidente Lotito, il comunicato emesso sulla vicenda dell’ennesimo vergognoso rigurgito contro la memoria di Vincenzo Paparelli è perfetto nei tempi e nei contenuti. La Lazio c’è, ha preso posizione, s’è espressa. Gli altri che fanno? E già perché ora il tema è questo. Cosa fa il resto della città? E il dito non è puntato solo verso l’AS Roma che dovrebbe, una volta per tutte, uscire dal cono d’ombra dell’ambiguità e condannare con forza, senza appello, i deliri di alcuni suoi tifosi. Alcuni sì, non tutti, perché la generalizzazione è disciplina odiosa che i Laziali, spesso vittime di acrobazie simili (“Siete tutti razzisti, siete tutti nazisti” ecc.), devono rifuggire con decisione. Ma è pur vero che l’insulto a Paparelli, l’utilizzo della sua morte come mezzo di offesa (nel senso d’attacco figlio della frustrazione da sconfitta) va fermato ora. Perché non è ammissibile che nel 2021 una sconfitta nel derby basti per aprire le gabbie dell’imbecillità e scateni decine e decine di bifolchi privi d’ogni dignità umana. Andrebbe fatto un lavoro culturale, bisognerebbe andare a fondo, ma intanto si parta condannando il gesto. Si decida di far sentire chi insulta Paparelli per quello che è:  un incivile e un imbecille. Basta la condanna dell’AS Roma? No. È evidente. Serve che l’opinione pubblica si schieri. Serve che la stampa esca dal letargo in cui è rimasta negli ultimi 41 anni e decida di prendere posizione. Possibile che il tifo vada oltre la propria dignità? Sempre questa è la parola chiave. Portare avanti una battaglia simile è balsamo per il proprio decoro e la propria rispettabilità.

I giornali romani e tutti i mezzi d’informazione che gravitano nella Capitale dovrebbero decidere di schierarsi e dire basta una volta per tutte. Lo scempio che si perpetra ogni 28 ottobre o quando l’AS Roma perde un derby è sotto gli occhi di tutti, solo che molti, troppi, occhi - fino a oggi - hanno deciso di chiudersi. S’è deciso di ignorare la vergogna, di far finta che non ci fosse. Per pavidità e per convenienza. C’è sempre stato il timore che associando la parola “romanisti” a certi sbocchi di melmosa stupidità si potessero perdere lettori, si potesse scatenare l’ira della maggioranza. Ma bastava fare dei distinguo, analizzare i fatti e condannarli con regolare e inesorabile puntualità. No, s’è scelto di tacere e di ignorare. Ma si sa che se non affrontato il male cresce, prolifera, si moltiplica. I cori, gli striscioni, le scritte murarie, gli adesivi, i gruppi sui social allora sono aumentati, si sono diffusi, fino a diventare normalità. Sulla sponda biancoceleste del Tevere questa deriva sarebbe stata impossibile. Lo dimostra la morte di De Falchi, evento tragico mai diventato oggetto di scherno, anzi il rispetto è sempre stato sovrano, impossibile pensare di leggere o ascoltare insulti alla memoria del povero ragazzo morto nel 1989. Differenze tangibili. Ma il punto focale è un altro. Non può passare il messaggio che l’uso strumentale della morte di un padre di famiglia diventi normalità. È inaccettabile per una società che si definisce civile, è inaccettabile per una stampa che si qualifica libera. Le cose possono ancora cambiare, ma è ora di guardare negli occhi il male, è ora di chiamarlo con il proprio nome. Senza paura, senza calcoli.