Lotito su stadi e curve chiuse: "Club sotto ricatto, ma serve intelligenza: i buu non sono razzismo, ma maleducazione"

Pubblicato ieri alle ore 08:05
10.10.2013 07:15 di  Lalaziosiamonoi Redazione   vedi letture
Fonte: Matteo Botti / Laura Castellani - Lalaziosiamonoi.it
Lotito su stadi e curve chiuse: "Club sotto ricatto, ma serve intelligenza: i buu non sono razzismo, ma maleducazione"
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© foto di Andrea Ninni/Image Sport

AGGIORNAMENTO ORE 11:35 - Il patron laziale Claudio Lotito a LazioStyle Channel 100.7 è chiaro nell’esporre il suo pensiero relativamente alla questione tanto in auge in questo periodo sulla presunta discriminazione territoriale: "Stiamo enfatizzando problemi che ci sono sempre stati. Non rappresentano atti razzisti ma di malcostume e maleducazione. Le società non possono essere ostaggio di 20-30 facinorosi che vogliono il male del club e penalizzano non solo noi ma anche i tanti tifosi corretti. Non è una cosa possibile. I danni economici e in fatto di penalizzazioni diventano seri. Con l’Apollon avremo lo stadio chiuso perché nella partita contro il Legia alcuni tifosi hanno, peraltro in risposta, proferito la frase <>. Il Legia ad esempio non è stato sanzionato, mentre la Lazio è stata nuovamente vessata. Qui non si offende la dignità della persona. Non sono atteggiamenti razziali. I delinquenti tifosi vanno perseguiti dallo Stato. I giovani non hanno più un’educazione. Questi sono ragazzi tra i 14 e i 18 anni che non vanno allo stadio per amore della maglia ma solo per appartenere e assorbire gli ‘insegnamenti’ del branco. Non ci sono più palestre preventive e formative – Chiesa, oratorio, doposcuola - e questi ragazzi si identificano nella logica del branco in rottura con l’attività civile. Bisogna interpretare la norma valutando l’entità del fenomeno. I princìpi dell’Uefa devono essere calati nei vari contesti. In Italia è difficile trovare persone razzisti, per il semplice fatto che noi come popolazione abbiamo subito la discriminazione sulla nostra pelle in anni passati".

Complici le recenti squalifiche per comportamenti razzisti e discriminazioni territoriali, giunte in casa Lazio e Milan, in Italia il dibattito sul razzismo negli stadi è più aperto che mai. A tal proposito, Claudio Lotito ha rilasciato un'intervista pubblicata nell'edizione odierna de La Repubblica.

Claudio Lotito, la Lazio ha avuto un problema simile a quello del Milan.
"Sì, identico. Siamo club sotto ricatto, ostaggi".

Magari avrete anche qualche responsabilità…
"Ma che scherziamo? Che colpa abbiamo noi?"

Non potreste prendere maggiormente le distanze da certi tifosi?
"Proprio a me lo dice? Io ho combattuto una guerra senza quartiere a certa gente. E allo stadio mi fischiano ancora oggi. Il problema è molto più grande, e va capito".

Capiamolo.
"È in primis una questione antropologica. Prima nella società c’erano i punti di riferimento. C’era la sinergia tra famiglia e scuola, c’era l’oratorio, c’erano i partiti. Oggi tutto questo non c’è più. Ci sono solo giovani psicologicamente fragili. Che si rafforzano nella più banale logica del branco. È attraverso il branco che questi ragazzini, che poi sono tutti tra i 14 e 18 anni quelli che fanno certe cose, si costruiscono un’identità. E lo stadio è il luogo dove si compiono i riti del branco".

Bene. Quindi?
"Quindi bisogna reprimere i fenomeni che arrecano nocumento alla collettività, i fumogeni, le bombe carta, le botte. Ma per quelli di maleducazione occorre intervenire con intelligenza e nelle sedi opportune".

Insomma, è sbagliata la norma della Figc.
"La Figc ha recepito una regola europea. Io l’avevo detto subito che andava recepita cum grano salis,le norme devono attagliarsi agli usi e ai costumi dei posti dove si devono applicare, e alle infrastrutture".

Alle infrastrutture?
"Già, se avessi uno stadio mio, da 30mila posti, dopo un po’ i tifosi li conoscerei a uno a uno, e potrei rifiutarmi di vendere i biglietti a chi so che si comporta male. Questo avviene negli stadi inglesi, dove c’è un rapporto empatico, intimo col club".

In Italia invece…
"Io avevo proposto come prima cosa di trovare un modo per dare una dimensione omogenea e univoca al fenomeno. Come faccio a punire uno stadio, un club, una città per venti cretini? Ci vuole che la cosa sia almeno numericamente rilevante. Poi occorre distinguere: ci sono le sfaccettature territoriali, che sono frutto di una cultura sbagliata ma che non sono offensive. E ci sono i buu: non sono razzismo, sono stupidità e maleducazione, sono la classica azione i cui effetti vanno molto oltre la volontà di chi li compie".

Insomma, come se ne esce?
"Con l’intelligenza di capire quali sono i veri problemi, con la capacità di applicare le norme tenendo conto delle situazioni e con il buon senso di non drammatizzare: in Italia non siamo razzisti, in Italia il razzismo lo abbiamo solo subito".