Morte Re Cecconi, Massimo Maestrelli: "Non credo allo scherzo della rapina"
Non solo il dramma per la morte di Vincenzo Paparelli. La storia della Lazio ne ha conosciute di tragedie, come quella del 18 gennaio 1977. Luciano Re Cecconi, freddato da un colpo di pistola mentre si trovava all'interno di una gioielleria in via Nitta, in compagnia del compagno di squadra Pietro Ghedin. Sul posto arrivò anche il figlio di Tommaso Maestrelli, Massimo, che era ancora un ragazzo. A quasi 43 anni dall'accaduto, Maestrelli Jr non nasconde il proprio scetticismo per la versione della finta rapina finita male: "Ci fu molta superficialità da parte di chi volle liquidare tutto parlando del solito calciatore che compiva un gesto stupido, e questo ci fece male - racconta al Corriere della Sera - L’opinione pubblica era innocentista, l’orefice fu assolto. Noi non eravamo nella gioielleria, ma sono sicuro che Cecco non disse nulla, né tantomeno “questa è una rapina!” Non era nelle sue corde. Entrò con Ghedin, mani in tasca e bavero alzato per il freddo, ma senza cappello né sciarpa sul viso. Ghedin fece a tempo a tirare fuori le mani, vedendo la pistola, Cecco no: il tentativo di scansare il colpo fu fatale, perché espose il petto al proiettile. Se fosse stato fermo…". Momenti che Massimo non dimenticherà mai: "Mi sembra ieri. Avevo 14 anni e quella sera io e Maurizio (il fratello gemello, ndr.) tornavamo dalle ripetizioni di latino da casa di nostra cugina Bina, a circa 200 metri. Man mano che ci avvicinavamo, il brusio cresceva. Ci guardammo perplessi e arrivati davanti al negozio, infilandoci nella folla, capimmo: Cecco era stato portato fuori e giaceva per terra, il capo tenuto su da qualche passante. Facemmo in tempo a guardarlo in viso e chiedergli cosa fosse successo. Lui ricambiò con lo sguardo dolce. Ma non parlò, era come stordito".
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