Lazio eri bellissima, ora non ti riconosce più nessuno: le cause di una crisi e un monito...

La Lazio è sparita: infortuni, rosa corta e condizione fisica precaria le cause? Ma ora è vietato mollare, la Champions non è negoziabile.
13.07.2020 07:30 di Lalaziosiamonoi Redazione   Vedi letture
Fonte: Alessandro Zappulla, MarcoValerio Bava-Lalaziosiamonoi.it
Lazio eri bellissima, ora non ti riconosce più nessuno: le cause di una crisi e un monito...

La premessa è fondamentale e non deve venire mai meno. La Lazio quest'anno ci ha fatto emozionare. Per due terzi del cammino, la storia incisa è ricca di esaltanti momenti. Vittorie importanti e coppe alzate al cielo, numeri da capogiro. Il tutto arricchito tra l'altro, dall'ingresso di molti calciatori nelle classifiche di rendimento dei migliori giocatori d'Europa. Inoltre (e non è poco), la squadra di Inzaghi ha quasi ipotecato l'obiettivo stagionale della Champions a febbraio. Detto questo ad oggi occorre comunque una riflessione. La Lazio adesso non c'è più, quella Lazio è svanita, sparita di fatto il 29 febbraio. Lo dicono i risultati o meglio le sconfitte. Lo dice la condizione atletica dispersa nel lockdown e attualmente inferiore a quella di tutta la Serie A. Quella bella creatura ammirata sino ad inizio 2020 si è disciolta. Il cigno è diventato brutto anatroccolo. Il dopo Covid ci ha riconsegnato la pessima copia di quello squadrone. Quattro sconfitte in sei partite. Terza debacle consecutiva, stavolta in casa col Sassuolo. Difesa che fa acqua (12 gol subiti in sei partite), giocatori lenti e macchinosi. Il copione sa di film horror di quart'ordine, eppure la regia è la stessa che pochi mesi fa era candidata all'Oscar. Cos'è successo? La domanda è lecita, ma la risposta non sarà altrettanto scontata. Forse non la conosceremo mai, ma ragionando potremmo tentare di ricostruire la scena del delitto. 

INFORTUNI - È vero, molte defezioni hanno inciso su questo periodo devastante. Lulic ha finito la stagione a gennaio, sei mesi di stop e doppio intervento alla caviglia che lo hanno tagliato fuori dalla corsa tricolore. Leiva operato per un menisco esterno e mai ripresosi (altro mistero) da un intervento in ortopedia definito “di routine”. Cataldi infortunato dopo la ripresa, Marusic mai a disposizione e Luiz Felipe finora sempre assente (secondo tempo di Lecce a parte). A questi si sono aggiunti gli stop di Correa e pure quelli dei baby Adekanye e Moro. Sicuramente la sfortuna ci ha messo lo zampino e in questo inatteso risvolto il settore medico non è riuscito a risolvere al meglio la difficoltà evidente creatasi in virtù delle assenze. Prendiamo il caso Lulic. Come può un infortunio alla caviglia tenere fuori il calciatore, nonostante gli interventi dei medici, più di sei mesi? E con il rischio di chiudere la carriera? Resta questo uno degli enigmi irrisolti della storia di questo campionato biancoceleste. Passiamo a Leiva. Il disturbo al ginocchio del brasiliano era noto da tempo. Poi però durante la lunga sosta si è ragionato sul da farsi: bisturi o terapia farmacologica? Ha vinto la prima, ma attualmente il suo recupero (nonostante si è usufruito di un lungo periodo di stop del campionato) non si è ultimato. 

PANCHINA CORTA - È un must, quando le cose vanno male, ecco che l’argomento in questione rispunta puntuale. La rosa non sembra costruita per giocare ogni tre giorni, tanto che società, squadra e allenatore, in autunno avevano fatto una scelta, non focalizzandosi al massimo sull’Europa League, per inseguire al massimo delle forze gli obiettivi in campionato. Il difetto è di progettazione, ci si può presentare ai nastri di partenza con soli tre attaccanti? Si può cedere un centrocampista a gennaio e non sostituirlo? Sono valutazioni da fare, si deve fare autocritica per crescere e per migliorare. Spesso, questa società, opta per il tutto o niente. Prendiamo il caso del mercato di gennaio. Il ragionamento è stato il seguente: “O Giroud, campione a livello mondiale, o tanto vale rimanere così”. Nessuno poteva prevedere l’arrivo del Covid e lo stop ai campionato, con tutte le carte rimescolate sul tavolo, ma tra bianco e nero, spesso ci sono sfumature di grigio che possono rivelarsi interessanti. Oggi un quarto attaccante, seppur non di primissimo livello, avrebbe fatto comodo. Un centrocampista che potesse sostituire in rosa Berisha altrettanto. È indubbio. Eppure Tare, ieri, nel pre partita, ha voluto rimarcare come, prima dell’interruzione causata dallo scoppio della pandemia, la rosa biancoceleste fosse più che attrezzata per competere con le grandi potenze del campionato italiano. E tutti i torti non li ha. Impossibile dimenticare come si lodasse l’apporto delle cosiddette seconde linee: i gol di Caicedo, la ritrovata condizione di Marusic, l’affidabilità di Patric, la crescita esponenziale di Cataldi. Cancellare quello che è stato è ingiusto, dire che la rosa della Lazio non è all’altezza nemmeno della Champions quantomeno ingeneroso e cambiare giudizio sulla base di alcuni risultati sembra poco serio. Questa non era una rosa costruita per lo Scudetto, in partenza nessuno pensava di arrivare a sei giornata dalla fine, potenzialmente ancora in corsa per il primo posto. L’organico della Lazio era stato costruito per altri obiettivi e quegli obiettivi è vicina a centrarli. Uno, la Supercoppa, tra l’altro, è stato già conquistato. Razionalizzare e contestualizzare, quindi, è fondamentale, senza gettare la croce addosso a un gruppo che, fino a una settimana fa, era considerato da tutti come una delle più belle realtà d’Europa. 

CONDIZIONE - È possibile ripresentarsi ai nastri di partenza del campionato, avendo a tiro una possibilità forse unica, in queste condizioni? No, è inaccettabile. La Lazio arranca, corre male, i giocatori finiscono le partite con la lingua di fuori. E questo accade sempre. Il Sassuolo ha banchettato sui resti della Lazio, i giocatori d’Inzaghi sono arrivati spesso e volentieri secondi sul pallone e i numeri sono sconfortanti: 62% di possesso palla in favore dei neroverdi, 11 tiri a 7 e un solo tiro in porta (quello del gol) effettuato dai biancocelesti, l’accuratezza dei passaggi dei giocatori laziali s’è fermata all’80%, quella del Sassuolo è salita invece all’88%. Sintomo di una condizione nettamente migliore. La Lazio è stata fisicamente surclassata dal Milan, dall’Atalanta, dal Sassuolo, nei primi 60’ di partita anche da Lecce e Fiorentina. Solo con il Torino, invece, la Lazo è sembrata messa fisicamente meglio dell’avversario. È un aspetto su cui tutti, a Formello, dovranno riflettere, perché fa male vedere Immobile, bomber da 29 gol, ridotto all’ombra di se stesso, Caicedo avulso da gioco e manovra, Luis Alberto e Milinkovic voler provare, ma non riuscire per evidente mancanza di brillantezza. Anche Acerbi, baluardo incrollabile, sembra ora una barca in balia della tempesta. Cos’è successo alla Lazio meravigliosa ammirata fino a febbraio? Possibile siano solo gli infortuni a spiegare quanto visto in queste sei partite? La spiegazione sembra poco convincente. Gli infortuni possono limitare le scelte, ma non incidono sulla condizione di chi gioca e questa appare a dir poco deficitaria. 

NON MOLLARE - Ora restano sei partite, la Lazio deve blindare la Champions, ha ancora un vantaggio di 14 punti sulla quinta e basta poco per arrivare all’obiettivo dichiarato a inizio stagione. Ma per arrivarci serve riporre il fioretto e cominciare a usare la sciabola. Il gol del pari del Sassuolo, firmato da Raspadori, nasce da un tentativo fallito di veronica di Luis Alberto, un errore che ricorda quello sul terzo gol dell’Atalanta nel girone d’andata, quando la Lazio sembrava sul punto d’affondare, per poi rinascere in quell’epico secondo tempo fatto di rabbia, di voglia e non di ricami fini a se stessi. Questo serve oggi per mettere al sicuro la Champions: servono cattiveria agonistica, fame, decisione. La sensazione che si ha è quella di un gruppo che, una volta visto svanire il sogno Scudetto, abbia tirato mentalmente i remi in barca, convinta che la Champions fosse già in tasca. Errore madornale che dimostra comunque una mentalità ancora fragile, non da élite. La Lazio deve tornare a mostrare gli artigli, ad avere fame, a dimostrare unità d’intenti e voglia di vincere. Insomma, la Champions va blindata e sarebbe importante per il morale e per iniziare bene la prossima stagione, magari chiudere al secondo posto o quantomeno sul podio del campionato. Non sono ammessi ribaltamenti, altrimenti questa stagione, da memorabile, rischierebbe di diventare devastante…