Le grane dell'era Lotito

02.07.2009 09:40 di Alessandro Pizzuti   Vedi letture
Fonte: EPolis-Tomei
© foto di Alessandro Pizzuti
Le grane dell'era Lotito

 Il calciomercato ha aperto ufficialmente, già da oggi la lista delle trattative concluse comincerà a sfilare. Per il presidente biancoceleste sarà il sesto mercato estivo da quando, nel luglio 2004, prese la Lazio sull’orlo del fallimento. Tanti i meriti, tanti i colpi messi a segno, alcuni clamorosi come Mauro Zarate. Ogni estate però, puntuale come una discesa di
Lichtsteiner, si è presentata una grana, un ostacolo da scavalcare. Nell’ estate 2004, per onestà, il presidente fece tutto quello che era possibile fare, dovendo costruire in fretta e furia una squadra da opporre al Milan in Supercoppa. Fu l’estate dei gemelli Filippini, della nidiata di sudamericani, degli ormai celebri “nove in un giorno”. Ostacoli oggettivi, muri pre  esistenti che il presidente aggirò come poteva. La stagione successiva, precisamente a maggio, scoppiò la prima,  vera, grana: Dino Baggio e Paolo Negro, due degli ultimi reduci dell’epoca cragnottiana, furono messi fuori rosa perché nonintenzionati a “moralizzare” i propri stipendi. I due denunciarono la Lazio per mobbing e Lotito fu costretto a risarcirli. Non immaginava il neo presidente di aver appena inaugurato un prolifico filone. Nell’estate 2006, inutile ricordarlo, scoppiò lo scandalo Calciopoli: il mercato passò in secondo piano ma andò avanti. Il primo assalto a Oddo da parte del Milan venne respinto e dal Palermo arrivò Stephen Makinwa. In uscita, invece, fece clamore il divorzio da Di Canio, che infiammò i giorniimmediatamente precedenti all’esplosione di Calciopoli. Nonostate polemiche interne e attacchi esterni, la seconda Lazio di Delio Rossi conquistò un posto in Champions League: “Bisogna costruire una squadra per competere in Europa”, questo il refrain dei tifosi. L’ostacolo di quella sessione di mercato, però, furono le imposizioni del presidente oltre a una serie di intoppi tecnici. Nel mirino del diesse di allora, Walter Sabatini, c’erano due argentini: Silvestre e Battaglia. IL primo non arrivò a Roma perché il tramite con il Sudamerica, un fax, non funzionò a dovere. L’altro rifiutò il trasferimento per volere della moglie. La squadra messa su da Lotito non era adeguata alla Champions e, anche per questo, Sabatini rassegnò le proprie dimissioni, poi ritirate. L’addio si consumò poi al termine della stagione, facendo da preludio a una caldissima estate, l’estate degli “Epurati”. Dieci giocatori non partirono per il ritiro di Auronzo e rimasero a Formello per allenarsi in disparte. Motivi tecnici e di spogliatoio spinsero la società alla scelta estrema, esponendo Lotito a una lunga sequela di cause, tutte perse. Mutarelli e Stendardo citarono la società, come avvenne qualche anno prima con Baggio e Negro, avendo la meglio. Eccoci quindi al presente, ai separati in casa Pandev, Ledesma e De Silvestri, ai circa 40 calciatori che partiranno per il prossimo ritiro. All’ennesimo ostacolo da scalare, al quarto direttore sportivo (Tare) in cinque anni. Tanti meriti, parecchie ombre e una certezza: le difficoltà sul mercato non possono più essere indicizzate sotto l’etichetta “Casualità”.