Lazio, Bisignani chiama a raccolta la politica: l'appello sul Tempo
"Politici italiani è il momento di farsi avanti". Si intitola così la lettera di Luigi Bisignani scritta sulle pagine del Tempo e rivolta alla politica italiana. Bisignani ha citato tutte le personalità politiche che erano presenti giovedì scorso a Piazza Ankara, dove è entrata nel vivo la presenza dei 30.000 laziali contro la presidenza di Claudio Lotito. Poi, però, si è spostato su tutti gli altri volti della politica italiana, quelli che hanno pubblicamente espresso la propria passione per la Lazio, ma che per il momento si sono tenuti ben distanti dall'esporsi sull'argomento.
"Caro direttore, trentamila hanno già parlato, ora tocca agli altri. Sabato la Lazio riunisce i suoi Stati Generali, una convocazione che ricorda quelli del 1789, quando il popolo francese scese in strada contro la monarchia di Luigi XVI, che aveva commesso il più antico errore del potere: ascoltare soltanto sé stesso. La data è sabato 11 luglio, alle 17, al Teatro Manzoni, in via Monte Zebio 14C.
Si sente ancora fortissimo l'eco dei cori di giovedì scorso, quando i supporter laziali hanno sfilato per Roma. A tutti loro, ancora un grazie: a chi c'era e a chi è salito sul palco. Tuttavia, dal mondo dei tifosi vip biancocelesti, dei parlamentari, degli assessori e dei grandi imprenditori laziali continua ad arrivare un silenzio che comincia a fare rumore. Va dato atto al ministro dello Sport Andrea Abodi di avere, nonostante la delicatezza del suo ruolo istituzionale, pronunciato parole chiare sulla protesta: «Comprendo i sentimenti, soprattutto quando sono profondi, sinceri e corretti». Così come un altro tifoso, l'ex ministro Cesare Previti, 92 anni e un'intera famiglia di laziali, ci tiene a far sapere di essere vicino ai tifosi biancocelesti. Anche Alessandro Di Battista ha voluto ribadire la sua lazialità: «Solo i laziali possono capire cosa si sta vivendo». Ma altri, almeno per ora, sembrano preferire un appoggio più riservato. Sabato avranno un'occasione: noi li aspettiamo agli Stati Generali della Lazio, in presenza oppure in collegamento video. Non per una passerella, ma per ascoltare e, se ne hanno voglia, parlare. Perché ci sono momenti in cui essere assenti non è semplice mancanza: è assenza di coraggio. Ed è giusto, allora, citare chi invece alla manifestazione del 2 luglio c'era e ha scelto di metterci la faccia: il governatore Francesco Rocca, in primis. Poi Francesco Soro, direttore generale del Ministero dell'Economia; Alessandro Ridolfi, direttore generale della Regione Lazio; il duo di comando della Banca del Fucino, Mauro Masi e Francesco Maiolini; Giuseppe Di Capua, presidente dell'antidoping italiana; Umberto Guidoni, segretario generale dell'Ania. Per la parte artistica, l'immenso Tommaso Paradiso e il grande Mattia Briga che, con il suo recente brano Pioverà, rende omaggio alla storia della nostra squadra. Presenze che meritano di essere ricordate, proprio perché ce ne sono altre che si fanno notare soprattutto per la loro assenza. Ci sono momenti in cui il confine tra assenza e complicità diventa terribilmente sottile. I cugini romanisti, da questo punto di vista, non hanno mai avuto simili problemi di coscienza.
Quando c'è di mezzo la Roma, i loro personaggi pubblici ci mettono la faccia, la voce e, all'occorrenza, anche qualche telefonata. Del resto, nei Palazzi romani la fede giallorossa è una delle poche appartenenze che non ha mai conosciuto crisi di partito. All'epoca, Giulio Andreotti non si limitava certo a dichiararsi romanista. Ricordo bene l'estate del 1983, quando Falcao sembrava destinato all'Inter. La politica si mobilitò e persino il Vaticano, dove la Roma poteva contare su un tifoso d'eccezione come il cardinale Fiorenzo Angelini, entrò nella leggenda di quella trattativa: chiamate, pressioni e perfino rassicurazioni alla madre del campione brasiliano sul fatto che, in fondo, a Roma suo figlio sarebbe stato meglio. Vero, verosimile o semplicemente andreottiano, il risultato fu che Falcao rimase alla Roma. Altri tempi, altri politici. Ma il vizio è rimasto. Massimo D'Alema non ha mai nascosto la sua fede romanista. Giuseppe Conte la rivendica apertamente. Roberto Gualtieri – che, signorilmente, ha lodato la presenza di Rocca alla manifestazione – si è fatto fotografare con Lukaku appena sbarcato nella Capitale. Alessandro Giuli ha raccontato la sua educazione sentimentale in Curva Sud. Maurizio Gasparri, ogni lunedì a Un Giorno da Pecora, professa la sua fede romanista con imperdibili filastrocche in rima.
E poi Francesco Storace, romanista doc, ancora oggi punzecchiato dai laziali con l'accusa – ingiusta, va detto – di essersi inventato Lotito quando era governatore del Lazio. Storace respinge al mittente la paternità. In realtà, e di questo gli va dato merito ha salvato la Lazio più di Lotito. In definitiva: destra, sinistra, centro, Prima, Seconda e Terza Repubblica. Cambiano i partiti, cadono i governi, si rompono le alleanze. Ma la fede romanista, invece, gode di una stabilità istituzionale sconosciuta al Paese. I romanisti di Palazzo, sulla Roma, parlano, telefonano, ricevono, protestano, si fanno fotografare. Talvolta esagerano, ma almeno esistono anche in pubblico. I laziali di Palazzo, invece, sembrano affetti da una curiosa forma di tifoseria intermittente: fervente nella penombra dei corridoi, silente non appena si accendono i riflettori. Eppure esistono. Alcuni di loro hanno persino una chat, una sorta di fan club biancoceleste di Montecitorio. Una bella cosa, naturalmente. Ma il tempo delle chat è finito: adesso bisogna uscire dal gruppo e metterci la faccia.
Francesco Lollobrigida, Giorgio Mulè, Paolo Barelli, Giuseppe Moles. E poi Alessandro Onorato, Francesco Rutelli, Giorgio Simeoni, Claudio Mancini, Albino Ruberti, Maurizio Veloccia. Ministri, parlamentari, amministratori, ex leader politici, uomini delle istituzioni. Una formazione politicamente irripetibile, che almeno una cosa in comune ce l'ha: la Lazio. Sabato può essere l'occasione per dimostrare che, almeno davanti a una passione, le distanze si accorciano, le appartenenze politiche si mettono da parte e resta una sola maglia. Quella biancoceleste".
