Eufemi: "Da Anzio per la Lazio. Ero il preferito di Parola e ho marcato Piola"
Una testimonianza preziosissima di un calcio che non c'è più, che merita di essere ricordata e tramandata. Il nipote intervista il nonno: Cristiano Rocchi lascia spazio ad Adelmo Eufemi, detto 'Memmo'. Ex difensore e allenatore, una pietra miliare della storia della Lazio: ha fatto parte della squadra del 1958 che ha vinto la primissima Coppa Italia, con Fulvio Bernardini in panchina e Bob Lovati in porta; ha anche partecipato, da collaboratore, alla vittoria dello scudetto del 1974 con Tommaso Maestrelli. Nel video pubblicato su YouTube (qui l'intervista completa), Eufemi ha raccontato gli inizi della sua vita e della sua carriera. Di seguito le sue dichiarazioni.
“Abitavo a Nettuno, andavo a scuola a lì. Poi purtroppo la guerra ha fatto quello che tutti sappiamo e ci portarono fuori, lontano, in Calabria, per evitare stragi. Siamo ritornati dopo la guerra e ho cominciato a andare un'altra volta a scuola dove ho fatto un po' di medie. Però dovevo decidere: o studiare o imparare un mestiere. E così insieme a mio padre abbiamo deciso di metterci a lavorare iniziando a fare l'elettrauto ad Anzio. Ero molto giovane. Come sport mi affascinava il baseball, perché abitavo proprio vicino al campo degli americani. Ero un mancino, neanche male come lanciatore. Però poi ho scelto il calcio".
"Ho cominciato a giocare ad Anzio: a 15 anni ero in Promozione, fisicamente ero a posto, potevo ricoprire dei ruoli anche importanti ed ero abbastanza bravo con i palloni alti. Ho fatto 2-3 anni lì e poi una persona mi ha portato a fare delle prove a squadra di Serie A, al Novara, dove c'era un mitico numero nove, centravanti della nazionale italiana, che si chiamava Silvio Piola. Io lo marcai proprio in una partita, che emozione. Feci anche una buona prestazione, tanto che il club voleva comprarmi. Io però ero ancora minorenne e mia madre si oppose alla firma del cartellino, non gli stava bene che andassi così lontano da casa. Così alla fine mi contesero Roma e Lazio: tra le due mi affascinava l’aquila, mi aveva colpito, la lupa no. E così ho firmato il cartellino con la Lazio a vita, senza chiedere soldi".
"Per la Lazio io venivo da Anzio, avanti e indietro con il treno: la società mi diede 40mila lire al mese più 4mila lire come abbonamento del treno. La mattina mi alzavo presto, mio padre mi svegliava alle sei e mezza, partivo a piedi e raggiungevo la stazione per prendere il primo treno alle sette, perché l’allenamento era alle dieci. Il primo e il secondo mese ho fatto parte degli Juniores, dove c'erano una decina di ragazzi molto bravi. Durante la settimana facevamo anche delle amichevoli contro la prima squadra: lì c'erano grandi giocatori come Aldo Puccinelli o altri dalla Juventus come il famoso numero cinque Carlo Parola. Lui finì la sua grande carriera alla Lazio e io sono diventato il suo preferito, un amico. Era un uomo veramente meraviglioso. Io giocavo centrale, come numero 5: una volta esonerato l’allenatore Allasio, padre della diva e attrice italiana Marisa, il nuovo tecnico mi prese dagli Juniores e mi inserì in prima squadra. Mi allenavo insieme a giocatori che avevano fatto tante centinaia di partite in Serie A, e che magari stavano anche per ritirarsi. Sono stato aiutato molto da tutti, ero molto educato, puntuale e cercavo di farmi voler bene. Per esempio c’era Burini, ex Milan, che mi accompagnava con la macchina dallo stadio Flaminio alla stazione Termini per riprendere il treno e ritornare ad Anzio. Insomma, dopo pochi mesi mi sono ritrovato a fare parte della prima squadra. Però non giocavo, a quei tempi non c’erano le riserve ma solo undici giocatori e basta".
"Quell’anno ogni giovedì giocavo con la squadra riserve della Lazio, facevamo un campionato a parte formato da due gironi e affrontavamo tutte le società dal centro in giù. In quelle partite ho cercato sempre di dare tutto e mi sono fatto notare, anche perché facevo delle entrate acrobatiche che rimanevano fisse negli occhi di tutti. E così l'allenatore della prima squadra, che convocava sempre un giovane, chiamava solo me. Quindi partivo il sabato e non avevo nemmeno una camicia (ride, ndr.). Avevo delle giacche, delle belle magliette che faceva mia sorella a macchina con la lana. Tante volte mi vergognavo un po', bisognava andare negli alberghi di prima categoria in ogni città. Però i soldi erano quelli, non si poteva fare diversamente. Ho collezionato diciassette convocazioni con la prima squadra della Lazio, fino a esordire a Napoli il primo maggio del 1955. Lì non c’è lo stadio che c’è adesso, prima si giocava al vecchio Vomero. Ho giocato con il numero tre: mi sono adattato, l’allenatore era sicuro che me la potessi cavare bene. E alla fine ho fatto una buona partita".
"Io potevo rappresentare il futuro, però la società era un po’ in subbuglio perché il presidente aveva dato le dimissioni, dovevano prendere un altro allenatore, ecc. Allora il vice mi disse di andare a fare un’altra esperienza, magari in prestito in Serie B per conoscere bene la vita del calciatore professionista. E infatti andai a Livorno. Lì avevo come compagno Aldo Puccinelli: mi piace sempre ricordarlo, mi portò lui a Livorno. Dal mio prestito la Lazio ha guadagnato un milione di lire e anche io ho preso tanti soldi, praticamente un milione e centocinquanta mila lire più sessantacinque mila lire di stipendio e più i premi perché io giocavo titolare. Erano tanti soldi. In quell’anno meraviglioso ho fatto tutte le partite e mi sono fatto amare. Finito il campionato, io ritorno a essere un giocatore della Lazio, che decide di tenermi perché potevo giocare in più ruoli della difesa. In quella stagione la società fece uno squadrone: acquistò tanti giocatori e prese un grande allenatore come Jesse Carver che su di me disse: ‘Teniamo questo ragazzo perché è prezioso’”.
