WOMEN | Oliviero: "Senza ossessione non si cresce. Sono il "Pierino" della Lazio, vi spiego"

08.04.2026 14:45 di  Martina Barnabei  Twitter:    vedi letture
WOMEN | Oliviero: "Senza ossessione non si cresce. Sono il "Pierino" della Lazio, vi spiego"

Dopo Clarisse Le Bihan, è stata Elisabetta Oliviero la protagonista della rubrica della Lazio "Senza turcco". L'esterno della Women si è raccontata a 360° da quando ha iniziato a giocare a calcio fino all'avventura in biancoceleste con cui rincorre un sogno. Le sue parole: “Il mio colpo di fulmine è stato quando ero molto piccola e giocavo al parco con i miei fratelli e mi ero trasferita da Genova a Napoli da pochissimo, mia madre era tra le faccende domestiche e le faccende varie per la scuola e i miei fratelli mi intrattenevano con loro e giocavano a calcio per tutto il giorno. Un giorno incuriosita gli chiesi se potessi giocare anche io e il primo calcio è stato un’amore indescrivibile, avevo capitò già che era quello che volevo fare. È stato un innamoramento poi col tempo riesci a descriverlo, un senso di liberà che in quel momento ho avuto. Di qualcosa che ti appartiene, è difficile da descrivere”.

FAMIGLIA - “Inizialmente no. Dal mio primo calcio al mio primo calcio ufficiale sono passati 4 anni ed è stata dura convincere i miei tre fratelli e i miei genitori perché comunque veniamo da un paese che aveva altre idee per il calcio, convinto che il calcio fosse solo maschile. Ho avuto delle persone che mi hanno aiutata nel cammino e soprattutto Francesco, che io ringrazierò per sempre. Convinse i miei genitori, io ho una famiglia numerosa e non era facile permettersi una scuola calcio per tutti. I miei fratelli giocavano a calcio ed erano già fuori il sabato e la domenica e io con la scusa li seguivo. Un giorno questo signore mi vide giocare nel campetto della chiesa e convinse la mia famiglia, mi veniva a prendere a casa e mi portava agli allenamenti fin quando mia mamma e mio papà non mi videro felice giocare e si convinsero che avessi trovato l’amore della mia vita. Se li avessi qui gli direi grazie”.

RUOLO INZIALE - “Inizialmente facevo il portiere, andando a giocare con i fratelli maschi ed erano tutti più grandi l’unico spazio libero era la porta. Ero brava e per la voglia che avevo di giocare e stare con loro, mi buttavo nel cemento e facevo parate folli. Ero un portiere a 360°. Se ho mai pensato di mollare? Ero troppo piccola per capire il significato di mollare, volevo solo divertirmi. Anche se mi era vietato appartenere a un club io comunque a scuola giocavo con i miei amici e facevo il torneo con la scuola, facevo di tutto per giocare. Al parco nessuno poteva vietarmelo. Non mi sono mai posta il problema di poter fare un altro sport, i miei genitori ci hanno provato con la pallavolo e facevo parte della palestra finché un giorno l’insegnante andò da mia madre e le disse che bisognava giocare con le mani e quindi le ha consigliato di portarmi a calcio. Il sacrificio più grande per il calcio? Lasciare la mia famiglia”.

CALCIO DEI GRANDI - “Nel calcio dei grandi trovi un mondo che non sempre è pronto a accoglierti, ti forma e per me che ero una bambina che aveva tutto è stato complicato a gestire pranzi e le tematiche di tutti i giorni. Dal pulire casa con attenzione e preoccuparsi delle coinquiline che vivono con te, inizialmente sei ancora nel mondo dei ragazzi e fai fatica a rapportati con gli altri. Se ho mai creduto che in campo avrei raggiunto il livello tecnico tattico che vediamo in Serie A? A istinto, dico no. Dico si a mente fredda per il semplice fatto che ho sempre lavorato per creare la miglior versione di me, lungo il mio percorso ho incontrato persone che mi hanno insegnato tanto soprattutto con le sconfitte. Non mi sarei mai immaginata di essere questo tipo di donna e calciatrice, non potevo immaginare di ottenere tutti questi risultati. Giorno per giorno non si smette mai di crescere. Sono stati anni difficili e sono una giocatrice, come tante altre, viene da squadre che si devono salvare e che fanno di tutto per ottenere salvezze. Sono orgogliosa di averne fatte 7 e quasi tutte le ritengo impossibili, non c’erano grandi disponibilità non solo economiche ma anche strutturali. Era tutta una lotta al voler arrivare all’obiettivo e fortunatamente ho sempre trovato squadre pronte a fare di tutto per raggiungere il nostro sogno. Ogni hanno ho la fortuna di ricorrere un sogno e questo negli anni è stato una carta fondamentale”.

LAZIO - “Inizialmente è stato difficile per me riuscire a accettare la chiamata della Lazio, non per il club che aveva già grandi intenzioni e uno staff preparatissimo ma perché facevo fatica all’idea di dover lasciare casa e avevo trovato un equilibrio. Io alla Sampdoria ci tenevo, è inutile negarlo. Credevo si potesse costruire qualcosa di buono nel tempo, poi però ti rendi conto che la vita va avanti e che bisogna prendere scelte coraggiose. Ne ho dovute prendere tante, questa è stata una di quelle ma lo rifarei indubbiamente. Qui si respira calcio h24, tutto ciò che facciamo è in funzione all’allenamento e alla partita. Il nostro staff è veramente preparato e penso che Grassadonia sia stata una chiave per la mia carriera importantissima. Mi ha fatto vedere il calcio con altri occhi, le mie compagne di squadra sono state formidabili a seguire quello che lo staff ci sta insegnando e ci ha insegnato. È più facile quando tutta la squadra vede tutto nello stesso modo. Ti si aprono porte che non conoscevi prima". 

GRASSADONIA - "Lui è molto attento a ogni cosa, al contrario di altri lui è completo: umanamente, tatticamente, nei suoi 360° è in grado di darci tanto sia quando ci deve sgridare sia quando ci deve coccolare. È in grado di farti vedere il calcio con occhi da innamorato e pieni di passione come fa lui tutti i giorni. È questa la chiave per cui è diverso. Mi chiama Pierino, lo fa con un senso di positività. Sono il Pierino della Lazio e se fa entusiasmo, per me non c’è problema”.

GRUPPO - "'Siamo queste' è la frase che dico sempre, ve la spiego. È un modo per dire che facciamo il massimo in tutte le situazioni, non possiamo chiederci talvolta di più come nessuno da di meno di quello che può. Siamo queste è un modo per dire ‘abbiamo fatto il massimo, accettiamolo. Siamo felici di essere questo gruppo e queste persone’. Sono l’addetta alla musica, mi occupo che la cassa sia carica e che ci sia e che il telefono sia connesso. È sempre una polemica, però prima della partita ascoltiamo sempre le canzoni della Lazio quindi questo è facile da gestire. Tutte dicono la loro, ognuno ascolta la sua canzone random come è giusto che sia. È più importante giocare in una squadra forte o unita? Una cosa fa l’altra, se una squadra è unita è forte. L’ho imparato col tempo, non sempre nella mia carriera eravamo la squadra che poteva salvarsi e che doveva dire la propria nel campionato. Ma stando unite siamo diventate forti così come qui l’anno scorso, nessuno si sarebbe aspettato nulla. Eravamo neopromosse, siamo state unite e siamo diventate forti. Il livello mentale è il fattore più importante, la testa allena tutti gli altri fattori. È importante avere una percezione di sé stessi a livello mentale, è faticoso dirsi di continuare quando le cose non vanno. Li entra la testa quando devi fare la corsa in più o andare a dormire in un certo orario e fare qualsiasi rinuncia. Siamo molto influenzati dalle persone che ci circondano, dobbiamo stare attente a sceglierle bene. Ci vuole tanto amore. Bisogna comprendere la vita di una calciatrice, non è facile starci vicino quando andiamo giù di morale. Per tanti è solo uno sport, per altri è difficile vedere i sentimenti dietro una sconfitta o una vittoria. Gira tutto nel lavoro che facciamo dietro, il corpo ha bisogno di riposare e la mente anche ed è proprio quando nessuno ti guarda che si fa la differenza. Lì le persone che hai intorno devono saperti accogliere e capire che è importante”.

CALCIO - “Sono ossessionata dal calcio, è vero. Vivo tutto con passione, dedico la mia vita a questo e facciamo tanti sacrifici. Stiamo lontano dalla famiglia e dalle persone che amiamo, facciamo scelte spesso complicate e poi io amo questo sport, ci metto tutto l’amore che ho. Senza ossessione non si cresce. Penso che la sofferenza sia una chiave nella vita come nello sport, ti fa crescere. Non ho mai avuto un piano b nella vita in cui il calcio non fosse contemplato. Sono molto fortunata e posso ritenermi una sorella molto fortunata, casa era un posto sicuro e mi ha dato la forza per concentrarmi. Il piano b è sempre stato lavorare nel negozio d’abbigliamento dei miei fratelli anche se per la salute mentale di tutti io non penso di poter mai rinunciare al calcio”.

RUOLO ATTUALE - "Se mi rendo conto che sono uno dei migliori esterni del calcio in questo momento? Io vivo tutto al meglio, tutti i giorni. A volte le persone vicine me lo fanno percepire, anche dopo l’Europeo mi hanno detto ‘hai visto che hai fatto?’. No, perché ero già avanti. Il calci non si ferma, bisogna sapersi adattare alle cose che arrivano. Sono orgogliosa, se guardo indietro ne ho passate tante e soprattutto ci sono state volte in cui è stato difficile poter credere di appartenere a un calcio diverso che non fosse fatto solo di salvezze all’ultima giornata o di lavori fatti con quello che si aveva. Ho lottato e sperato di poter dimostrare che è possibile riuscire a ottenere qualcosa anche partendo dal basso. È una cosa che dà molto orgoglio far parte di una società che ha queste strutture e questi campi, una struttura che ti dà l’opportunità di fare le vasche fredde o la sauna o di avere un campo in erba vero non è da tutti. Ci riteniamo fortunate, ce lo ripetiamo tutti i giorni perché è giusto non dimenticarci che il calcio cambierà e non dobbiamo accontentarci. Qui in questo momento possiamo ritenerci fortunate per quello che abbiamo”.

GOL IN NAZIONALE - “Cosa ho pensato quando è arrivato quel pallone? È davvero lì, posso colpirlo. Non stavo calciando in quel momento, ho tirato in porta senza dubbi. È stata la prima cosa che mi è venuta in mente, mi è sembrato strano che la palla fosse rimasta lì. Probabilmente era destino, non sono un quinto che segna non sono neanche un quarto che segna. Sono un giocatore atipico per quello che ho, dovrei alzare i numeri ma sono molto più contenta quando segano gli altri. L’idea di poter far gol in una partita così importante non ce l’avevo in testa. È stata la sconfitta più bella della mia vita, da quel giorno ci siamo qualificate e abbiamo dimostrato il nostro valore contro una grande squadra”.

AUTOCRITICA - “L’errore che faccio da anni? Sui palloni alti talvolta si fa fatica e spesso mi arrabbio con me stessa per questa cosa. Ci lavoro come su tutto il resto, come sul fatto che non sono mancina e mi piacerebbe diventarlo e mi arrabbio perché voglio diventarlo. O magari perché non la apro col sinistro e la forzo col destro, anche se so che lo posso fare. Su queste cose qui sono maniacale e mi arrabbio con me stessa spesso. La giocatrice più difficile che ho sfidato? Cabbbiadini, Cuneo - Verona e non ho mai visto la palla quel giorno. È stato terribile. Cosa mi sento di promettere? Sicuramente alle mie compagne che da qui alla fine continuerò a dare il massimo per raggiungere l’obiettivo e dare sostegno quando necessario. Speriamo di arrivare al nostro sogno”.

SOGNO NEL CASSETTO - “Diventare mamma”.

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