Polymarket, attacco politico alla Lazio: tra morale selettiva e norme piegate

Polymarket-Lazio riaccende il nodo Decreto Dignità tra dubbi normativi.
Il rischio è colpire il caso più esposto senza risolvere il problema.
20.04.2026 14:20 di  Alessandro Zappulla   vedi letture
Polymarket, attacco politico alla Lazio: tra morale selettiva e norme piegate

C’è un attacco. Chiaro. Politico. E ne è prova l’intervento rilanciato in queste ore dal Partito Democratico“il governo intervenga sull’accordo Polymarket-Lazio” — che diventa il punto di partenza di una narrazione che, più che giuridica, appare costruita su un piano diverso . Il richiamo al Decreto Dignità (DL 96/2018) è legittimo nella sua origine: tutelare le fasce più deboli dall’esposizione al gioco d’azzardo. Nessuno lo mette in discussione. Ma qui si entra in un terreno più scivoloso. Perché Polymarket non è un bookmaker tradizionale: è una piattaforma ibrida, un intermediario di mercati previsionali, difficilmente inquadrabile nel perimetro classico del betting . E soprattutto, oggi, non esiste una norma chiara che vieti in modo diretto un accordo commerciale di questo tipo. Tant’è che, come già emerso, anche le autorità hanno distinto tra attività informativa e scommesse vere e proprie, riconoscendo margini di legittimità . E allora la domanda è inevitabile: siamo davanti a una questione normativa… o a una costruzione politica?

Perché se fosse davvero solo una battaglia etica, il metro dovrebbe essere unico. Invece non lo è. Quando Inter e Roma hanno trovato formule per aggirare il perimetro del Decreto Dignità accordi milionari legati al mondo del betting — il dibattito non ha raggiunto questi toni. Nessun allarme istituzionale, nessuna crociata pubblica. In quei casi, il principio del “fatta la legge, trovato l’inganno” è rimasto dentro il sistema. Oggi invece no. Oggi si alza il livello. Oggi si chiama in causa il Governo. Oggi si punta il dito. E il bersaglio è la Lazio. La sensazione è chiara: quando la legge non offre un appiglio solido, si attiva la leva più semplice — quella dell’indignazione morale. Più immediata, più visibile, più spendibile.

Eppure il tema meriterebbe ben altro approccio. La ludopatia non si combatte con divieti simbolici o con la demonizzazione di un marchio. Le principali evidenze psicologiche e psichiatriche indicano che il disturbo da gioco d’azzardo è spesso collegato a fragilità più profonde — ansia, depressione, isolamento — e richiede informazione, prevenzione e assistenza. Non basta vietare una sponsorizzazione per risolvere il problema. Serve cultura. Serve responsabilità. Serve intervento reale. Invece si continua a scegliere la scorciatoia: un decreto che fa rumore, una presa di posizione che genera consenso, una polemica che occupa spazio. Il resto resta lì. Irresoluto. E allora, in fondo, il dubbio viene: più che affrontare il problema, si preferisce giocarsi tutto su un’altra partita. Quella dell’immagine. Perché oggi, diciamolo senza giri di parole, è sempre più facile puntare l’all-in sull’apparire… piuttosto che lavorare davvero per curare.