Rocchi: "Volevo chiudere la carriera alla Lazio, ma non venivo più considerato"

31.03.2026 17:00 di  Christian Gugliotta   vedi letture
Rocchi: "Volevo chiudere la carriera alla Lazio, ma non venivo più considerato"
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© foto di Marco Iorio/Image Sport

Tommaso Rocchi ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni del canale Youtube "Centrocampo", nella quale ha ripercorso le diverse tappe della sua carriera. L'ex attaccante ha parlato a lungo di Lazio, svelando diversi aneddoti relativi al suo arrivo nella Capitale, ai derby vissuti in biancoceleste e al suo addio. Queste le sue dichiarazioni:

L’ARRIVO ALLA LAZIO - “L’ultimo giorno di mercato, mi dissero di andare alla Lazio, che era arrivato questo nuovo proprietario, Lotito. Bisognava rincorrerlo all’interno dell’hotel del mercato e quel giorno siamo riusciti a firmare il contratto. L’impatto era diverso, è stato bello. Il mio obiettivo era di dimostrare e andò bene fin da subito. Il giorno che ho firmato, lui penso di averlo visto un attimo.  È partito tutto da lì, non ci sono state trattative”.

DI CANIO E IL DERBY - “Siamo stati insieme due anni, in camera insieme. Già dai primi mesi, essendo una squadra rifondata con tanti giocatori nuovi, ha cercato di trasmettere cosa significava indossare la maglia della Lazio. La settimana del derby era vissuta con 5mila persona all’allenamento. Ci diceva tante cose che ci hanno portato a essere molto carichi e a sapere a cosa andavamo incontro. La sera prima ero in camera con lui e abbiamo visto insieme Bravehearth e Ogni maledetta domenica. Alle 2 mezza volevo mettermi a letto e lui mi disse ‘Non puoi dormire, devi immaginare la gara’. Poi la partita è andata bene, soprattutto perché giocavamo contro una grandissima Roma e la Lazio non vinceva il derby da qualche anno. Si è vista in campo una squadra che aveva il furore dentro. Fare anche gol, io che stavo lì da quattro mesi, e vedere la curva esultare, erano cose che non avevo mai provato”.

IL SIGNIFICATO DEL DERBY - “Più derby passavano e più sentivo che non era solo una partita di calcio per noi in campo, ma era una partita che portava dalla tua parte la gente. Non era un risultato fine a sé stesso, dovevi dare qualcosa per la gente. Il derby non è come le altre partite, perché muove tanto intorno. È una responsabilità. Di 19 derby, forse uno ho giocato così così, per il resto ho sempre giocato bene. Perché era una partita diversa e dovevo dare qualcosa in più”.

I TROFEI - “La Coppa Italia per noi è stata una grande soddisfazione, perché per la maggior parte di noi era il primo trofeo. Ricordo la felicità di alzare il trofeo e un pizzico di delusione per non aver giocato dall’inizio la finale e aver sbagliato il rigore. La Supercoppa invece l’ho vissuta in maniera diversa. È stata una grande partita e ho fatto anche gol. Abbiamo battuto l’Inter che poi ha vinto il Triplete. Sono state emozioni forti e belle. Ho un grandissimo ricordo”.

RAPPORTO CON I TIFOSI - “Era ottimo. Si è creato dal primo giorno, perché quando sono arrivato subito si è creata una forte empatia, dovuta a quello che dimostravo in campo e a ciò che loro percepivano nel vedermi giocare. Il rapporto con i tifosi è sempre stato bello e importante, anche con la Curva e con i capi. C’era la condivisione di quello che si faceva sul campo, tant’è che negli anni sono andato in alcuni club per fare le foto con la gente. Lo faccio volentieri e sono molto contento”.

SU LOTITO - “È una persona particolare. Ricordo che mi aveva soprannominato ‘il ghepardo’ perché mi ero fatto i colpi di sole. Diciamo che è una persone che piace e non piace, dipende dalle situazioni che si creano e dai modi di fare, che possono essere giusti o meno”.

L'ADDIO - “Io sarei rimasto a vita alla Lazio. Poi non si sono verificate determinate cose, perché io ero a scadenza di contratto e già dall’anno prima la società voleva ringiovanire la rosa. A gennaio, dopo sei mesi senza giocare. La società magari pensava già a un mio futuro da dirigente, invece la mia volontà era quella di giocare. Io sarei rimasto anche un altro anno in più, anche perché avevo 34/35 anni, non 40. Ero stato chiaro. Vedendo che non c’era più quella considerazione ho preso la possibilità di andare all’Inter. Potevo andare già a luglio, ma volevo rimanere e chiudere la carriera lì. Ho rifiutato tante squadre e non ho mai preso in considerazione altre squadre, perché da capitano e dopo più di 100 gol volevo chiudere alla Lazio. C’è stato un confronto con Petkovic. Quell’anno erano arrivati Klose e Cissè, quindi la mia intenzione non era giocare sempre. Volevo essere preso in considerazione e giocare ogni tanto, ma quello non c’è stato. Avrei accettato di giocare poco ed essere una persona di riferimento. La non considerazione mi ha portato a dover cambiare, sennò a fine anno avrei smesso.

Christian Gugliotta
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Christian Gugliotta
Roma, classe 2003. Laureato in Scienze della Comunicazione a Roma Tre e giornalista pubblicista da febbraio 2025. Redattore per Lalaziosiamonoi.it.