Dal caos al sogno: la stagione inspiegabile della Lazio
C’è chi ha speso decine e decine di milioni inseguendo la soluzione immediata e chi invece si è ritrovato a giugno praticamente fermo, bloccato, quasi paralizzato dai numeri. La Lazio partiva da lì. Dal mercato congelato, dai parametri federali fuori asse, dal costo del lavoro allargato diventato una zavorra e da una situazione economica che Lotito ha provato a spiegare scaricando responsabilità esterne: “Un professionista molto bravo ha commesso un errore”. Mai una colpa integrale. Mai fino in fondo. Eppure, dentro quel caos, la Lazio ha iniziato a sopravvivere. Altrove invece si spendeva. La Juventus ha investito pesantemente tra David e Openda. Jonathan David ha segnato appena 8 gol in 2301 minuti, con una media di 0,32 reti a partita. Openda addirittura peggio: appena 2 gol in 34 presenze, anche se spesso parziali. Un salasso totale nel rapporto prezzo-rendimento. E va aggiunto un dettaglio non banale: alle loro spalle esiste una Juventus costruita con investimenti enormemente superiori a quelli della Lazio. Il Milan ha preso Nkunku, mai realmente piaciuto ad Allegri, investendo quasi 40 milioni. Il francese segna 6 gol in 1746 minuti attestandosi su una media di 0,42 a partita. La stessa di Noslin, pagato meno della metà, che resta comunque largamente sopra a Santiago Gimenez fermo ad una media di 0,34 gol a partita nei suoi due anni rossoneri. Un disastro completo che ha spinto la dirigenza di Milanello a correre ai ripari a gennaio con Fullkrug, altro flop della stagione rossonera con appena un gol all’attivo. La Roma ha puntato su Dovbyk e Ferguson per poi vendere il primo e correre ai ripari attraverso un’ulteriore spesa a gennaio con Malen. Il Napoli ha speso un capitale per Lucca, mai realmente pervenuto, restando ancorato alla zavorra Lukaku: stipendio enorme e rendimento lontanissimo dalle aspettative. L’Atalanta ha alternato intuizioni e blackout. In attacco si è affidata a Scamacca e Kristovic senza però trovare continuità realizzativa. La Lazio no. Sarri si è ritrovato davanti qualcosa che nel calcio moderno sembrava impossibile: guidare una grande squadra senza mercato, con uno spogliatoio scoraggiato, reduce da una stagione fuori dalle coppe e pieno di calciatori che avevano accarezzato l’idea di andare via. I primi mesi sono stati durissimi, quasi una lenta agonia sportiva trascinata fino a dicembre tra infortuni, tensioni e tonfi mediatici continui.
Poi però qualcosa è cambiato, qualcosa si è messo in moto. La Lazio ha fatto semplicemente quello che ha imparato da anni: rimboccarsi le maniche. E stavolta lo scotto iniziale di quelle che poi si sono dimostrate intuizioni — anche se non totali — di Lotito e Fabiani è stato pesante. Castellanos porta ossigeno economico con una cessione da circa 29 milioni, ma crea uno scossone in rosa. Guendouzi vola al Fenerbahce per altri 28 milioni e quell’addio roboante fece scattare l’allarme del fuggi fuggi generale. Mandas diventa un assegno circolare destinato alla Premier. Facendo un passo indietro, Tchaouna, già ceduto a settembre 2025 per 11 milioni, dopo essere stato acquistato a circa 8, ha dato il via alla saga delle plusvalenze importanti targate Fabiani. Ed è lì che il direttore sportivo costruisce la nuova Lazio. Edoardo Motta arriva quasi nell’indifferenza generale dalla Serie B. Nessuno crede davvero in quell’innesto, ma Fabiani spinge tantissimo per averlo. Oggi il suo nome è sulla bocca di tutti dopo i quattro rigori parati all’Atalanta in Coppa Italia che lo hanno trasformato nell’eroe inatteso della stagione biancoceleste. Prospetto importante o possibile fenomeno? Un dubbio meraviglioso che nessun comune mortale avrebbe mai immaginato a gennaio. Nessuno, tranne il diesse e il patron laziale, evidentemente. Ratkov resta una scommessa, ma attualmente per caratteristiche poco sarriste appare un errore nella squadra allenata dal comandante: costato 14 milioni. Ricollocabile? Forse, per il momento però è una scommessa persa. Przyborek è un possibile talento futuribile, ma non lo abbiamo mai visto in campo, almeno per ora. Poi arriva Taylor. Ed è il colpo che cambia tutto. Poco più di 15 milioni all’Ajax per quello che oggi è probabilmente il centrocampista più impattante approdato in Serie A nell’ultima stagione. Sarri lo ha paragonato ad Hamsik. E basta questo per capire la portata dell’investimento. Dietro di lui si alza il livello di tutta la squadra. Gila e Romagnoli tornano una coppia difensiva da vertice assoluto. Provstgaard, altra gemma grezza del mercato laziale, sta scalando posizioni in rosa. Alto rendimento e crescita esponenziale: potenzialmente un calciatore di altissimo livello. Tavares, preso per appena 5 milioni un anno fa, vola nuovamente oltre i 20 di valutazione. Marusic continua a essere eterno. Rovella torna da Nazionale. Cataldi si reinventa. E perfino Noslin — richiesto in passato anche dal Bologna di Sartori — ha chiuso la stagione in costante crescita, andando a coprire il vuoto lasciato da un Dia appannato e dagli esperimenti mai realmente convincenti attorno a Maldini. E allora la domanda diventa inevitabile: sarà davvero il caso di riscattarlo? Una riflessione che il club dovrà affrontare seriamente e che inevitabilmente passerà anche dal futuro di Maurizio Sarri sulla panchina biancoceleste.
Ed è qui che il racconto della Lazio diventa quasi paradossale. Perché mentre gli altri spendevano per rincorrere il presente, la Lazio — dentro una stagione devastata da guerre interne con la tifoseria, torti arbitrali, tensioni continue e oltre cinquanta infortuni — è rimasta lì. In piedi. In corsa. Con una finale di Coppa Italia conquistata, una finale di Supercoppa Italiana da disputare già assicurata e un rendimento che da marzo in avanti ha prodotto un ruolino da Champions, con appena un punto in meno della Juventus (prima di Lazio-Inter di sabato). Oggi, insieme all’Inter, è l’unica italiana che può ancora vincere qualcosa.
E allora torna la domanda che accompagna da vent’anni Claudio Lotito: dove finisce la fortuna e dove inizia la competenza? Perché il presidente continua a dividere l’ambiente come nessun altro. L’incomunicabilità ormai quasi insanabile tra il club e il suo popolo ha scavato un solco profondo, alimentato da atteggiamenti e da una comunicazione spesso distante dal sentiment della gente laziale. Una frattura reale, concreta, comprensibile e soprattutto condivisibile. Eppure, nel mezzo di contestazioni, rabbia e diffidenza, Lotito continua in qualche modo a restare a galla. E con lui la Lazio, che ancora una volta si ritrova lì, tra le grandi, a giocarsi trofei e prestigio quando in tanti ne pronosticavano il crollo definitivo. E accanto a lui Fabiani, contestato e criticato, ma oggi protagonista silenzioso di una ricostruzione tecnica che ha restituito valore economico e sportivo alla rosa. Resta assodato, legittimo e naturale per il popolo laziale ambire un giorno a una proprietà dalle potenzialità infinite, capace magari di spalancare scenari ancora più grandi. Ma intanto la Lazio è ancora lì, con un trofeo da inseguire e con quella sensazione costante che nel calcio, a volte, non vince chi spende di più. Resiste chi sbaglia meno.
