Fiore rievoca il 5 maggio: "Poborsky scappò di notte"

27.04.2010 19:18 di Federico Farcomeni   Vedi letture
Fonte: Gazzetta dello Sport/Lalaziosiamonoi.it
Fiore rievoca il 5 maggio: "Poborsky scappò di notte"

Ancora Lazio-Inter. Sensazione quasi sgradevole per la maggior parte dei tifosi laziali, dover tifare contro la propria squadra. Ma puntualmente è un duello che si ripropone. Antipatico, meschino. Per fortuna poi che le due tifoserie sono gemellate da anni e non bisogna neanche superare la barriera dell'inimicizia e dell'antipatia che spesso e volentieri si frappone tra due tifoserie. Il 5 maggio, il famoso 5 maggio, era la data della morte di Napoleone in esilio a Sant'Elena. Era il titolo di una poesia di Alessandro Manzoni. Fino al 2002. Quel giorno il 5 maggio ha assunto un altro significato. E mentre rimbalzava nelle gole assetate di vittoria dei tifosi milanisti sotto forma di un coro di scherno, l'Inter ha raccolto di nuovo le forze e ha sferrato l'attacco al campionato, all'Europa e al mondo. Ci sono voluti otto anni per tornare ancora più forte di prima. Ma i ricordi che assiepano la mente di Stefano Fiore oggi come ieri, sono legati più alla fragilità emotiva e psicologica di quell'Inter guidata da Hector Cuper. "Yo estoy contigo" ripeteva ai giocatori battendo loro la sua mano sul petto. Quel giorno non servì. L'Inter si sgretolò al photofinish. Anche se era andata in vantaggio due volte, la prima con la complicità di Peruzzi. "In quel momento mi crollò il mondo addosso - racconterà poi - . Pensavo alla gente che mi avrebbe dato del venduto, pensavo pure ai miei ex compagni della Juventus che in quel momento avrei penalizzato. Alla fine per me la vittoria fu una liberazione". Ci sono analogie? "Più d'una - ammette Stefano Fiore - Come allora, questa gara può valere lo scudetto, ancher perché per l'Inter è l'ultimo vero ostacolo. E, come la mia, anche questa Lazio ha una motivazione: la salvezza". Quale salvezza, viene da chiedersi. "Con la vittoria andammo in Uefa e quindi evitammo l'Intertoto, salvando così le vacanze. Molti di noi durante la settimana di avvicinamento alla partita e durante la partita stessa erano tranquilli e un po' distratti, soprattutto quelli che sapevano che se ne sarebbero andati a fine stagione. Io invece, che sapevo che sarei rimasto, volevo evitarmi assolutamente l'Intertoto" (uno stendardo di un tifoso laziale recitava "amo l'Inter...toto"). E Poborsky? "Lui sapeva di andar via. Ma era talmente in lite con il mondo che quella partita la giocò alla morte. Era lontanissimo per ideologia politica da quei tifosi che ci chiedevano di perdere, e altrettanto distante dalla maniera italiana di vivere le partite". Il ceco scappò in patria il giorno stesso e non tornò mai più. La richiesta di sconfitta da parte dei tifosi vi condizionò? "Sapevamo benissimo quello che accadeva fuori Formello. Ma la verità fu che in campo fu più l'Inter a perdere che noi a vincere. E poi, inutile negarlo: la Juventus che andò subito avanti di due gol a Udine sbloccò anche chi tra di noi era un po' più frenato". Quale immagine le resta di quella domenica? "Le lacrime di Ronaldo, il silenzio dopo la partita. E una strana sensazione in campo: all'Inter nel secondo tempo non riusciva niente, pure noi della Lazio ci guardavamo stupiti". E domenica come finirà? "Questa Inter non è fragile psicologicamente come quella, e la conquista della finale di Champions potrebbe darle ulteriore carica. Ma occhio: nessuno della Lazio vorrà fare brutta figura. Sarà partita vera: specie se nel pomeriggio l'Atalanta dovesse battere il Bologna".