Manzini: "Chinaglia un simbolo. La Lazio era finita, poi i meno nove e..."
Prosegue 'In My Life', il documentario realizzato dalla Lazio per lo storico Team Manager Maurizio Manzini. Si tratta di cinque puntate che usciranno ogni venerdì alle 16 sulla piattaforma ufficiale della società biancoceleste. La terza è chiamata 'Oltre il risultato, una missione'. Di seguito tutte le sue parole.
GIORGIO CHINAGLIA - “Giorgio Chinaglia per me ha rappresentato l'orgoglio laziale. Era uno che sfidava il mondo, qualsiasi cosa. Un'immagine simbolo di quello che è stato Chinaglia è quella volta che lui indicò la Curva Sud col dito, come se dicesse "Io vi ammazzo". Lì gli hanno tirato di tutto e non l'hanno preso… non so come abbiano fatto (ride, ndr). Gli hanno lanciato perfino una macchina fotografica. Di Chinaglia ricordo anche che una volta, in uno degli ospedali in cui andavamo, incontrò un signore con una bimbetta che la teneva per mano e ci veniva sempre dietro. Lui si fece avanti e disse: 'Io sono laziale e anche mia figlia, ancorché piccola, è comunque una grande laziale. Io sono un operaio, un manovale, e al momento sono anche senza lavoro. Per cercare di accontentarla, mi sono permesso di portarla qui, così ha visto da vicino i suoi idoli’. La ragazza doveva essere operata forse al cuore, aveva una gravissima malformazione che all'epoca la poteva curare soltanto il dottor Andrews che stava a San Francisco. Il giorno dopo, arriva a casa di questo signore un assegno di 10.000 dollari, che era la parcella di Andrews; un altro assegno, sempre dal valore di 10.000 dollari, per le spese di soggiorno; e poi la sua maglia con la sua firma (di Chinaglia, ndr.), più un'altra maglia con la firma di tutti i giocatori. Questo signore era proprio fuori di sé... e ha detto: ‘Come posso fare per ringraziarla?’. Giorgio rispose: ‘Lei mi ha già ringraziato, perché noi non abbiamo bisogno di nulla, mentre invece lei... magari i soldi li spendiamo anche in certe occasioni, ma a lei occorrono per una cosa grande, qual è la salute di sua figlia. Mi permetta di ringraziare io lei per avermi dato l'opportunità di compiere questo gesto’. Chinaglia da presidente della Lazio ebbe altre qualità, altre risorse. E in quello, devo dire, ebbe un valido aiuto e collaborazione da parte di Felice Pulici, che era il suo amico prediletto. Loro erano veramente, come si dice a Roma, ‘coso e camicia’, sempre. Giorgio non si è mai tirato indietro: quando magari qualche volta era difficile convincerlo a dare qualche premio, se c'era da andare a fare un'opera di bene, lui era sempre pronto”.
LA STAGIONE DEI MENO NOVE - “Come siamo arrivati a Gubbio? Dovevamo andare dai Frati Cappuccini, ma abbiamo trovato un bel cartello perché era chiuso (ride, ndr.). Il proprietario era fallito. C’era quindi una specie di motel che era all'angolo fra due strade statali, in cui c'era un fracasso incredibile per via dei semafori e delle colonne di camion che partivano e arrivavano ogni due per tre. Cioè, proprio tutto l'opposto di quello che uno cerca in un ritiro: quiete e tranquillità. Però ci siamo dovuti adattare. Lì mi ricordo una riunione veramente piena di umanità. Fascetti chiamò tutti i giocatori e disse: ‘Ragazzi, questa è la situazione. Chi se la sente, rimane. Se qualcuno vuole andar via perché non gli piace la situazione, posso anche capire. Non avrò certamente nessun rancore verso di lui’. E c'era gente che aveva vinto lo scudetto l'anno prima e che ora si ritrovava sull’orlo della Serie C, in una squadra che stava per fallire. Per esempio Lele Pin, che faceva parte della Juventus che aveva vinto la Coppa Intercontinentale a Tokyo. Lui è stato il primo a dire: ‘Noi siamo con lei, mister’. E sono rimasti tutti. E poi, quell'annata è andata come sappiamo: con il gol di Fiorini abbiamo acquisito il diritto di andare a fare gli spareggi, e con quello di Poli ci siamo salvati”.
MIMMO CASO - “Mimmo Caso è stato un giocatore importante, veramente. Era uno che aveva la capacità, se c'era una lite o qualche problema, di inventarsi non so quanti compleanni. Diceva: ‘No, fatelo per me, è il mio compleanno, non mi rovinate la festa…’ (ride, ndr.). C'è sempre stato nei momenti di maggiore difficoltà. Essere il capitano della squadra dei meno nove, così come essere l'allenatore della squadra del 2004 quando ricominciò tutto da capo... su Mimmo credo che bisognerebbe ogni tanto soffermarsi e dirgli qualche grazie in più. È stato uno dei giocatori più importanti, non solo per le sue qualità calcistiche — perché era veramente un giocatore che, quando aveva la palla, la faceva cantare — ma aveva anche delle doti umane notevoli. Riusciva sempre a vedere se c'era un momento di frizione e interveniva subito”.
EUGENIO FASCETTI - “Era un ottimo tecnico, tanto per cominciare. Però la cosa che mi ricordo sempre di lui era la sua passione per le carte e la sua assoluta incapacità di accettare di perdere (ride, ndr.). Quando giocava a carte e perdeva, le strappava! Allora un giorno gliele prestai e gli dissi di riportarmele sane, e quando è tornato mi ha consegnato un tovagliolo dicendo: ‘Tieni’. Dentro c'erano tutte le carte a pezzetti (ride, ndr.)”.
L’ARRIVO DI LOTITO - “Tanti si vantavano, millantavano, ma soldi veri non ce n'erano. Per cui la Lazio avrebbe dovuto portare i libri in tribunale ed era finita. Ed è lì che è subentrato Claudio Lotito. Poteva essere veramente tutto finito, e invece non fu così. Praticamente eravamo al capolinea. In quel lungo ritiro in Giappone eravamo a Sendai. Siamo stati bene, abbiamo fatto una full immersion nel mondo nipponico, ci hanno trattato tutti molto bene. Abbiamo provato il brivido dello Shinkansen, il treno proiettile. È stata un'esperienza valida, soprattutto dal punto di vista umano. Se la squadra del 2004 giocasse oggi? Io sono sempre stato convinto, sarà perché li conoscevo bene e vedevo come si allenavano e come si impegnavano, che avrebbe fatto bene. Il primo impatto con il presidente Lotito? Purtroppo devo cercare di aggiustare un termine (ride, ndr.), se ci riesco. C’era una situazione in cui tutti avevano degli stipendi incredibili. Lui si sedette a un tavolo con tutti e chiese le cifre degli ingaggi e gli arretrati. Non solo bisognava pagare la squadra che c'era, ma anche quella che non c'era più e che vantava crediti. Questo, evidentemente, ha pesato tanto”.
IL RITIRO CON ZEMAN - “Eravamo a Franzensbad, che era una nota località della Repubblica Ceca per via di acque termali che avevano del miracoloso. Chi lo frequentava era gente molto anziana... Zeman adottava il metodo wash-out, mi ricordo l'acqua col limone. I giocatori poi facevano i gradoni caricandosi il peso di un compagno sulle spalle (ride, ndr.). Io facevo il wash-out e i gradoni ma senza portare nessuno sulla spalla. Sarà stato il carattere di quegli atleti, ma affrontavano tutto con serenità, da professionisti,senza tragedie. C'era qualcuno che soffriva un po' di più la fame e allora si inventavano di tutto. Io? Facevo finta di non vedere, a volte... (ride, ndr.)”.
LA FINALE DEL 26 MAGGIO 2013 E GLI ALTRI DERBY - “Della finale di Coppa Italia contro la Roma mi ricordo il coro che venne fuori dopo quella partita e che tutti cantavano, soprattutto nei derby: “26 maggio, che giornataccia, volevi alzalla ma l'hai presa in faccia!” (ride, ndr.). Al fischio finale ho fatto una riflessione fra me e me, che ero molto attaccato a mio padre: ‘Papà, forse vedendomi così felice mi avrai perdonato di essere l'unico laziale della famiglia!’. Il rapporto e il rispetto tra professionisti al di là del tifo? Mi viene in mente un episodio con Paul Gascoigne. Era tornato dopo molte cure e tanti sacrifici da un grossissimo infortunio in cui si era spaccato la gamba. A un certo punto di un derby, nei minuti finali, parte lungo la tribuna Tevere, prende una buca e cade rimanendo a terra. Tutti, compresi i giocatori e i portieri della Roma, sono andati intorno a lui per vedere se si fosse fatto male. L'ho trovata una cosa quasi commovente. È l'indicazione che fra atleti prevale sempre lo spirito di solidarietà di chi sta sul campo e sa che rischia le gambe. Forse, allora, ce n'era molto più rispetto a oggi. Un altro episodio? In un vecchio derby ricordo che i minuti non passavano mai, sembravano secoli. A un certo punto viene fischiato un calcio di punizione di seconda a trequarti campo. L'arbitro ha alzato la mano e io ho pensato che la partita fosse finita, per questo sono entrato di corsa fino a centrocampo (ride, ndr.). I laziali mi guardavano impazziti, e i romanisti pure. Allora mi sono reso conto che non era finita, ma che era solo una punizione. Così sono tornato indietro velocemente arrivando proprio davanti alla panchina della Roma. Carlo Mazzone lì appoggiato mi guardò e mi disse: ‘A Manzì, ma 'ndo cazzo vai?’ (ride, ndr.)”.
