Cisse, il leone nero senza sorriso sogna quel gol per tornare a ruggire

26.10.2011 15:40 di  Luca Capriotti   vedi letture
Fonte: Luca Capriotti - Lalaziosiamonoi.it
Cisse, il leone nero senza sorriso sogna quel gol per tornare a ruggire
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© foto di Daniele Buffa/Image Sport

Come se sapesse una poesia bellissima, la sapesse tutta, verso per verso, e poi rimanesse in silenzio, senza forze, senza più il coraggio di dirla tutta fino in fondo, senza fermarsi mai. Questa è stata la Lazio contro il Catania, una Lazio dalle molte assenze, la Lazio di Klose, bomber di razza che al di lá del gol (come faremmo senza i suoi gol?), insegue ogni pallone come fosse l'ultimo che si può calciare nel mondo, come se dovesse dimostrare ancora molto, tutto. Ed è la squadra anche di Djibril Cisse, istrione senza sorriso, uscito dal campo a testa alta, ma pieno di rabbia per il gol che non arriva. Lui che è figlio adottivo in difficoltà di una Curva che lo adora. Per Cisse si tratta di una Lazio dalle porta avversarie maledette, dei suoi tiri al volo, dei suoi scatti brucianti, dei difensori sbigottiti, lasciati sul posto senza pietà. E allora ti soffermi ai bordi dei primi versi di questa poesia, detti con tutto l'ardore dei primi 30 minuti, e non puoi credere che sia finita cosi, che la tremenda forza d'impatto che la squadra ha esploso contro il Catania sia finita in un nulla, o quasi.

Non puoi pensare che il gol di Cisse ancora non sia arrivato, che uno come lui che vive di reti, che respira solo quando sente il ruggito della curva quando sul tabellone c'è scritto il suo nome, si debba accontentare di una sola realizzazione, alla prima giornata di campionato. E poi vedi a ripetizione Klose che la incorna, che esulta, che rincorre, che lotta e pensi: poteva essere perfetto, questo mercoledi. Per la Lazio e per il suo Cisse. Per i tifosi, che lo stanno aspettando e con lui soffrono ogni secondo ringhiando come tante belve all'angolo quando il pallone colpisce l'avversario, il palo, o viene smanacciato dal portiere con improvviso colpo di reni. Feriti e indomiti come il Leone nero quando esce dal campo, soffrendo per lui, con lui, vivendo nel suo sguardo di tempesta rabbiosa.

E poi rialzando la testa ci credi ancora, ci crediamo tutti che questo campionato siano versi tutti da cantare, e vuoi che Cisse ci creda ancora, che questa poesia che é rimasta intrappolata nei primi trenta minuti, nel pallone incespicato in Stankevicius, nei tiri strozzati di Sculli, nelle sgroppate frenate di Lulic, possa essere urlata sin dalla prossima partita, e stavolta fino all'ultimo minuto, all'ultimo contrasto vittorioso, fino al gol che farà urlare Djibril, farà urlare noi, ultimo verso che, come tutto quel che è la Lazio, deve essere sofferto, combattuto, e ancora più bello.