Nesta si racconta: "La Lazio, Lotito, Totti e il mio addio: vi dico tutto"
Alessandro Nesta è protagonista del primo episodio di 'Giorgia's Secret', serie di interviste su Dazn con Giorgia Rossi. Tra i tanti temi, l'ex difensore è tornato sulla sua vita da calciatore e sulla Lazio. Di seguito le sue parole.
“Totti era il re? Io mi sentivo di più. Scherzo, ognuno ha la sua parte del Tevere, non sconfina. Roma è piena di romanisti, al mio quartiere a Cinecittà c'era solo la mia famiglia laziale. Totti è stato di più perché c'erano più tifosi, ma io sono contento di quello che mi ha dato la Lazio, di come mi ha trattato, oltre al fatto che sono andato via. Quando ho vinto lo scudetto mi sono sentito veramente importante, per me in quel momento ero come il Papa, anche più di quando ho vinto Mondiali o Champions League. All'epoca, quando giocavo, se uscivo dovevo litigare, uno lo beccavo sempre che mi diceva qualcosa. Non potevo girare per Roma".
"La mia famiglia è malata di Lazio, da stadio. Mio fratello più grande aveva un problema alla schiena e gli avevano consigliato di fare sport, per questo è andato a giocare a calcio e sono andato anche io, al Cinecittà. Mio fratello ha smesso, io sono partito forte e mi voleva la Roma, perché era affiliata. Mio padre disse subito di no, per questo ho fatto il provino con la Lazio e mi hanno preso. Mio padre è troppo tifoso, era uno di quelli di una di volta, si emozionava ma non diceva molto... (quasi si commuove, ndr.). Darei via un dito per giocare tre stagioni alla Lazio o al Milan. Io sono rimasto giocatore, è stato troppo bello. A San Siro la sera avevo la pelle d'oca, mi sentivo un leone. Rivivere quella roba lì non ha prezzo. La cosa che mi manca di più è il riscaldamento, quando entravo dentro lo stadio. Era il momento più bello in assoluto".
"Nel 2002 l'ho vissuta male. Ero il capitano della Lazio, non prendevamo lo stipendio e venivano tutti da me. Io ero un ragazzino, facevo anche parte del consiglio d'amministrazione ma non c'entravo niente, ho preso solo la terza media. L'ho vissuta male, mi sentivo responsabile. Quando sono andato via da una parte stavo male, dall'altra è stata una liberazione. Ho lasciato otto mesi di stipendio e mi hanno dato quattro azioni che sono scomparse. Comunque, ho fatto quello che dovevo fare: sono andato via, zitto, ho preso i fischi, ho lasciato i soldi e va bene così. Ai miei compagni dicevo sempre la verità, chiamavo il presidente e i figli, soprattutto gli stranieri volevano i soldi e minacciavano di non giocare. È stato un casino e infatti ho giocato malissimo, è stata la peggior stagione di quando sono stato alla Lazio. Mi hanno detto più volte di andare via, anche prima del derby quando abbiamo perso 5-1. Da lì sono andato in confusione, io non volevo andare via. Quando l'ho capito sono andato un po' in crisi e i primi mesi al Milan ho fatto schifo, non volevo rimanere. Poi sono stato benissimo".
"Il mio addio? Qualche tifoso della Lazio secondo me ancora non ha capito. Il laziale è fatto così, è abituato a soffrire, gli piace la sofferenza e la negatività a volte. Preferisce ricordare magari un derby perso 5-1 che 300 partite giocate in un certo modo, oppure che ci sono sempre stato quando c'era casino... ma a me va bene, non devo piacere a tutti. L'importante è che mia moglie e i miei figli pensano che sono un bravo ragazzi, per il resto 'sti cavoli' di quello che pensa la gente. Spero che mi ricordino come una persona seria e come una brava persona, questo è quello che insegno ai miei figli. Io dovevo giocare solo alla Lazio, da bambino non mi vedevo con nessun'altra maglia. Noi romani siamo legati alla città e anche poco curiosi a quello che c'è fuori, sbagliando. Andare in un altro posto ti fa crescere. Io ero molto chiuso, la mia famiglia era tutta della provincia di Rieti venuta a Roma per fare i ferrovieri. Anni fa ero un'altra persona, avevo il quartiere e basta. Poi sono sbocciato".
"Se allenerei la Roma? No, mai. Non si può fare, no. Mai, questo è sicuro. La Lazio? Ho paura di amarla troppo, mi farebbe perdere lucidità. Poi non si sa mai. Speriamo che non capiti. La prossima estate? Speriamo che non arrivi mai. Prima c'è da mettere apposto qualcosa, non è il momento. Lotito? L'ho visto ieri sera al ristorante, stavo con due miei amici. L'ho incrociato, stava al telefono, manco mi ha visto mi sa. L'ho salutato ma non so... Secondo me verrà ricordato meglio rispetto al pensiero di oggi, però adesso ci sono un po' di problemi. I tifosi? La Lazio è fatta per i tifosi. Noi facciamo intrattenimento, se le persone non ci sono... è come un attore che va sul palco e non c'è nessuno. Sarri? Non è una questione di allenatore, puoi portare chi vuoi ma è un problema che deve risolvere la società. L'allenatore deve fare il suo, ma il club deve risolvere quello che si è rotto".
