Lazio, il Nasdaq e le tensioni interne: il ruolo di Lotito sotto osservazione
La Lazio e il Nasdaq. Un’immagine che resta impressa. Quasi sospesa nel tempo. La campanella suonata a New York, il club biancoceleste affacciato, anche solo simbolicamente, sul cuore finanziario del mondo. Non una quotazione. Non un passaggio formale. Ma un segnale. Un messaggio. Una dichiarazione d’intenti. Ne abbiamo scritto su lalaziosiamonoi.it, perché quel momento non era folklore. Era un tentativo strategico. Era la Lazio che provava a raccontarsi fuori dal proprio perimetro abituale. Oggi, però, quell’immagine convive con una realtà molto diversa. Più ruvida. Più complessa.
L’inverosimile realtà laziale
Attualmente, l’inverosimile realtà laziale è quella di un clima di protesta permanente. Comunicati duri. Prese di posizione che diventano quotidiane. Un rumore di fondo che accompagna ogni scelta del club e che finisce per condizionare tutto il resto. C’è una percezione diffusa, nell’ambiente, tra i tifosi, attorno alla squadra, di una distanza che non si colma. Telefonate trasformate in ironia amara. Episodi raccontati, amplificati, commentati, che diventano quasi spoiler di una tensione costante. Il vertice societario, che per sua natura dovrebbe trasmettere solidità e appeal, sembra invece costringere gli altri comparti a rincorrere, a tamponare, a spiegare.
La comunicazione procede per annunci che rischiano di deragliare alla prima virgola. Il mercato si muove tra trattative estenuanti. Il marketing appare bloccato in una gabbia tutta biancoceleste, fatta di decisionismo analogico più che di progettualità digitale. Il risultato è un quadro percepito come statico: pochi sponsor, poche emozioni tecniche, pochi sogni da alimentare.
Il campo come riflesso. Questo clima non resta fuori dal campo, ma lo attraversa. Lo spogliatoio vive interrogativi. I calciatori simbolo riflettono. Alcuni valutano il proprio futuro, altri hanno scelto di andare, altri ancora vogliono farlo. Il caso Romagnoli fra trattative chiuse, rinnovi mancati e comunicati controversi è solo l'ultimo dei temi eclatanti in casa Lazio. Attese, silenzi, un rinnovo mai arrivato è diventato, nel racconto collettivo, il simbolo di un malessere più ampio.
La sensazione è quella di un ridimensionamento strutturale: giovani e prospettive al posto dei cardini, sostenibilità prima della continuità, equilibrio prima dell’ambizione.
Player trading mancato: il nodo del passato
Qui si innesta un passaggio chiave, spesso sottovalutato. La Lazio è un club storicamente gestito da un patron che non immette capitale proprio, ma reinveste esclusivamente risorse generate dalla società. Un modello legittimo, che richiede coerenza, quella che è mancata nel recente passato. Un modello appunto che impone una condizione fondamentale: creare plusvalenze. In questo quadro, il player trading avrebbe dovuto rappresentare l’unico sistema sano e strutturale per sostenere la crescita. Valorizzare. Vendere. Reinvestire. Ricostruire. Invece, negli anni, troppi calciatori di valore sono stati accompagnati verso la scadenza naturale dei contratti. Giocatori normali che rendevano in un contesto navigato non sono stati venduti nemmeno davanti a offerte importanti per poi essere persi a zero oper pochi spicci come Luiz Felipe, Bastos o Strakosha. Le conseguenze sono devastanti e si pagano oggi a caro prezzo: valore tecnico disperso, valore economico azzerato, bilanci appesantiti. Una scelta – o una non-scelta – che ha progressivamente ristretto il margine di manovra e reso ogni finestra di mercato più complicata della precedente.
Auto-sostentamento e confini
La Lazio è uno dei pochi club italiani che non ha mai fatto ricorso ad aumenti di capitale. Una scelta precisa. Un modello di auto-sostentamento che ha garantito stabilità, ma che oggi mostra i suoi confini. Il calcio moderno corre e restare in equilibrio non sempre basta per crescere. Lo sguardo che torna lontano ed è qui che, mentre l’ambiente interno appare una polveriera emotiva, lo sguardo torna inevitabilmente verso l’esterno, verso mercati diversi. Verso logiche più ampie. In questo contesto, collegare l’attrattiva finanziaria internazionale alla realtà laziale diventa, nella percezione di molti, più una speranza di miracolo che una strategia immediatamente vincente. Perché la fiducia – dentro e fuori – è la prima variabile che il mercato misura. E oggi la fiducia è un tema aperto.
Il Nasdaq come orizzonte
Nonostante tutto, il lavoro sottotraccia prosegue. Senza annunci. Senza ufficialità. Senza percorsi dichiarati. Il tema Nasdaq non scompare. Resta sullo sfondo come orizzonte possibile, perché non è solo un simbolo, è un ecosistema fatto di capitale, visibilità e credibilità internazionale.
Che cos’è un primary offering (spiegato con un esempio)
Nel linguaggio finanziario, uno degli strumenti utilizzati per rafforzare una società è il primary offering. In termini semplici, significa questo: la società emette nuove azioni e le colloca sul mercato per raccogliere capitale fresco. Non vende azioni già esistenti, ma ne crea di nuove.
Facciamo un esempio pratico.
Immaginiamo una società con 100 azioni totali. Il socio di maggioranza ne possiede 67. Se la società decide di emettere 20 nuove azioni, il totale sale a 120. Quel socio mantiene le sue 67 azioni, ma non rappresentano più il 67%, bensì circa il 56%. Questo effetto si chiama diluizione: le quote esistenti pesano meno in percentuale perché il capitale complessivo è cresciuto. In cambio, però, la società incassa risorse nuove. Denaro destinabile a investimenti, infrastrutture, sviluppo del progetto, rafforzamento competitivo. Il nodo è quello della credibilità, ed è qui che si arriva al punto più delicato, perché se la credibilità non parte dall’interno, se non si ricostruisce prima dalla testa, è difficile immaginare che qualcuno all’esterno possa percepirla.
Mercati, investitori, partner non comprano solo numeri, comprano visione, progettualità, linearità. Nel dibattito che accompagna l’ipotesi di un possibile approdo su mercati esteri, emerge con forza un tema ricorrente: la necessità di chiarezza, credibilità progettuale e stabilità complessiva del contesto. Elementi che, nel calcio moderno, passano anche dal rapporto tra club, governance e ambiente, oggi oggetto di attenzione ben oltre i confini nazionali. Un’identità aziendale riconoscibile. Un brand che torni a parlare il linguaggio del calcio moderno. Più azienda insomma, più progetto, meno macchietta, meno provincialismo.
La Lazio oggi invece è sospesa, tra ciò che è stata e ciò che potrebbe diventare. Tra un presente carico di tensioni e un futuro che, sulla carta, guarda lontano. Perché se da un lato il club lascia intendere di voler alzare lo sguardo, di affacciarsi oltre i confini nazionali, di dialogare con mercati e logiche internazionali, dall’altro continua a consumare una guerra intestina con la propria base emotiva: i tifosi.
Una contraddizione evidente, difficile pensare di costruire appeal all’estero mentre in casa si combatte quotidianamente. Difficile attrarre attenzione, fiducia e interesse quando il racconto dominante è quello dello scontro, della distanza, della frattura permanente. Ecco perché tutto si trascina lento. Il Nasdaq, per ora resta un orizzonte non una destinazione. Anche perché il caos non aiuta e nella Lazio il caos adesso è sensibilmente avvertito. Affinché si concretizzi, serve coerenza. Serve una ricomposizione. Serve una narrazione che torni a essere unitaria (come per altro non è mai stata, ndr), e forse proprio in questa necessità si potrebbe rintracciare quella veemente risposta della società alla semplice idea del tifo organizzato di disertare lo stadio a Lazio – Genoa. Il nervo scoperto del necessario consenso, preteso da una gestione di Lotito del club percepita come fortemente accentratrice. Essere e volere che non trovano accordo, né equilibrio nella Lazio. Oggi la società ha intrapreso un percorso che spera di portare a compimento nell’alta finanza d’oltreoceano. Nel calcio che cambia lavorare su strade diverse è già, di per sé, un segnale, ma senza pace interna, senza una credibilità ricostruita prima in casa propria, diventa davvero complicato immaginare che qualcuno, lontano dal rumore di Roma, scelga di ascoltare. Perché la pace non si impone, non si decreta, non si governa per statuto. La pace si costruisce, si conquista, si alimenta. E questa regola di base, oggi, sembra ancora estranea al quartier generale laziale.
