Caso Lazio | Il grido dei biancocelesti arriva fino al Governo?
Ci sono guerre che si combattono con le armi e guerre che si consumano nel silenzio. Quella della Lazio appartiene alla seconda categoria. È una battaglia che non produce vincitori, ma soltanto ferite. Da una parte Claudio Lotito, saldo dietro un principio inattaccabile come quello della proprietà privata. Dall'altra un popolo che non contesta semplicemente un presidente, ma una visione del calcio che sente ormai distante anni luce dalla propria. Nel mezzo ci sono una squadra, un allenatore appena arrivato, una stagione alle porte e un Olimpico destinato a svuotarsi. Poco più di mille abbonamenti contro i trentamila dello scorso anno non sono un dato commerciale. Sono il certificato di una frattura senza precedenti. Perché una società di calcio, pur avendo un proprietario, non è un'azienda come le altre. Non vende bulloni. Non produce automobili. Non commercializza beni. Vende emozioni. Alimenta speranze. Vive di appartenenza, storia, simboli e sentimenti. E quando trentamila persone decidono di scendere in piazza, sotto quaranta gradi, in piena estate, rinunciando alle vacanze pur di urlare il proprio disagio, significa che quel sentimento ha raggiunto un punto di rottura.
La conseguenza più grave, però, non è la contestazione. È ciò che questa guerra rischia di provocare. A soffrire sarà innanzitutto la Lazio. Soffriranno Gennaro Gattuso e i suoi ragazzi, chiamati a giocare in uno stadio che, invece di rappresentare un'arma, rischia di diventare un vantaggio per gli avversari. Un Olimpico vuoto altera inevitabilmente gli equilibri della Serie A. Per anni affrontare la Lazio in casa ha significato misurarsi con un ambiente caldo, trascinante, capace di spostare inerzie e risultati. Oggi quel fattore rischia di scomparire. E non perché il popolo laziale abbia smesso di amare la Lazio, ma perché si sente costretto a scegliere la protesta come unico strumento rimasto. È un paradosso doloroso. Claudio Lotito ha spesso ripetuto una frase diventata celebre: "Il pallone è di tutti, il calcio è per pochi." Forse, però, oggi quella riflessione meriterebbe di essere ribaltata. Proprio perché il pallone è di tutti, anche il calcio deve tornare ad esserlo. Deve appartenere a chi investe, ma anche a chi tramanda quella passione ai figli, riempie gli stadi, soffre, gioisce e continua ad amare una maglia ben oltre il risultato della domenica. Quando proprietà e popolo smettono di parlarsi, perde l'intero sistema.
Ed è proprio qui che il caso Lazio smette di essere una semplice vicenda biancoceleste. Diventa una questione che riguarda il calcio italiano. Quest'estate il Paese ha dedicato giorni interi alla scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale, interrogandosi su come evitare l'incubo di un quarto Mondiale consecutivo senza l'Italia. Eppure, nello stesso periodo, Temptation Island è riuscito perfino a registrare ascolti superiori a quelli del Mondiale, un dato che racconta meglio di qualsiasi analisi quanto il nostro calcio abbia perso centralità nell'immaginario collettivo. Se davvero si vuole ricostruire il movimento, se davvero si vuole riportare il calcio italiano ai livelli che la sua storia impone, allora non si può più ignorare nessuna crepa del sistema. Nemmeno quella che oggi attraversa la Lazio. Ogni componente deve concorrere alla rinascita del calcio italiano. Ogni piazza deve tornare a spingere nella stessa direzione. Anche la Lazio. Anche il popolo laziale. Non possono continuare ad agonizzare dentro una protesta permanente mentre tutto il resto prova a ripartire. La rinascita del nostro calcio passa anche dalla capacità di ricucire fratture come questa.
Per questo il caso Lazio merita di essere ascoltato e affrontato ben oltre il dibattito sportivo. Non per mettere in discussione il diritto di proprietà, che resta un principio inviolabile del nostro ordinamento. Ma perché quando una delle tifoserie più grandi e rappresentative d'Italia arriva a un livello di contrapposizione così profondo, la questione assume una dimensione sociale e culturale che non può essere liquidata con un'alzata di spalle. E allora perché non immaginare perfino un'interrogazione parlamentare, capace di accendere un faro istituzionale su una vicenda che coinvolge migliaia di cittadini e uno dei simboli sportivi della Capitale? Nessuno chiede allo Stato di scegliere un presidente o di interferire nella gestione di un club privato. Si chiede, semplicemente, che una ferita così profonda non venga ignorata. Perché quando un popolo civile sceglie di protestare senza violenza, nel rispetto delle istituzioni e delle regole, quel popolo merita almeno di essere ascoltato.
Qualcuno salvi il soldato laziale. Prima che, insieme alla sua voce, si spenga un altro pezzo del calcio italiano.
