Immobile dice stop. Grazie Ciro, ma non finisce qui: la Lazio riporti a casa il suo Re
È arrivato così, quasi all'improvviso. Un video, poche parole e quella sensazione strana che accompagna la fine delle cose grandi. Ciro Immobile ha detto basta. A 36 anni cala il sipario su una carriera lunga 20 stagioni, 656 partite e 350 gol, ma soprattutto si chiude definitivamente un pezzo enorme della storia recente della Lazio. Ottavo marcatore di sempre della Serie A con 201 reti, quattro volte capocannoniere, Scarpa d'Oro europea, campione d'Europa con l'Italia. Numeri giganteschi. Eppure per spiegare Ciro ai laziali i numeri, da soli, non bastano. Perché dentro quegli otto anni c'è stata una vita. Ci sono i derby, le corse sotto la Curva, le notti europee, una Coppa Italia, due Supercoppe, il Covid e quella Lazio di Inzaghi che prima che il mondo si fermasse sembrava poter arrivare ovunque. Ci sono Luis Alberto e Milinkovic, compagni di un meraviglioso triangolo di calcio e fantasia. E poi ci sono stati i giorni storti, le critiche, qualche lacrima, le incomprensioni e persino il momento dell'addio. Perché le grandi storie d'amore non sono mai perfette. Sono vere.
Alla Lazio Immobile ha segnato 207 gol in 340 partite, più di chiunque altro abbia indossato quella maglia. È diventato capitano, simbolo, volto di una generazione. Soprattutto è diventato Ciro. Non Immobile. Ciro. Quello delle maglie numero 17 sulle spalle dei bambini, delle esultanze imitate nei cortili, dei gol che sembravano facili soltanto perché lui aveva il maledetto vizio di trovarsi sempre nel posto giusto. È stato amato visceralmente e qualche volta discusso ferocemente, come capita soltanto a chi conta davvero. Ha attraversato otto stagioni biancocelesti prendendosi sulle spalle una squadra e spesso anche le sue responsabilità. Ha battuto record che sembravano appartenere a un'altra epoca, fino a superare Piola e diventare il miglior marcatore della storia della Lazio. E quando nel 2020 arrivarono i 36 gol in Serie A e la Scarpa d'Oro, davanti persino a Cristiano Ronaldo e Lewandowski, per una volta non servì discutere: il centravanti più prolifico d'Europa giocava con l'aquila sul petto.
Adesso però viene il bello. Perché si chiude la carriera del calciatore, non può chiudersi la storia di Ciro Immobile con la Lazio. Certi uomini, una volta diventati simboli, non appartengono più soltanto al campo. Appartengono alla memoria di un club. Alla sua famiglia. Alla sua gente. E in un momento nel quale la Lazio ha disperatamente bisogno di ricostruire ponti, identità e sentimento, sarebbe imperdonabile perdere questa occasione. Non importa oggi immaginare una scrivania, un ruolo o inventarsi una qualifica. Ci sarà tempo. Importa una cosa molto più semplice: riportarlo a casa. Sedersi, parlarsi, cancellare ciò che eventualmente resta delle vecchie incomprensioni e trovare il modo giusto. Perché gli allenatori passano, i presidenti passano, i calciatori passano. I simboli, invece, rimangono. Ieri Ciro Immobile ha smesso di giocare a calcio. Da oggi la Lazio ha l'occasione di riportare nella propria famiglia uno dei suoi miti. Che nessuno la sprechi.
