Lazio-Arezzo a porte chiuse, ecco perché: cosa c’è dietro la decisione di Formello
Un comunicato freddo, poche righe e un cancello che si chiude ancora una volta. Lazio-Arezzo, amichevole in programma domenica alle 15 al Fersini, si giocherà a porte chiuse. Una decisione che, nel clima attuale, non poteva passare inosservata. La Lazio è in testa alla classifica, trascinata da una partenza inattesa, mentre all'Olimpico continua a consumarsi il paradosso di una squadra che vince lontano da casa e soffre l'assenza della propria gente. La frattura tra tifoseria e presidenza resta profonda, alimentata da una contestazione che non accenna ad arretrare e ulteriormente appesantita dall'inchiesta sulle presunte pressioni per la cessione del club. Un'indagine che segue un proprio percorso giudiziario e che non può essere sovrapposta alla protesta di un popolo che rivendica le proprie ragioni. In questo scenario, quale occasione migliore di una lunga sosta per provare a riavvicinare almeno la squadra ai suoi tifosi? Due amichevoli, prima l'Arezzo e poi la Juve Stabia, sembravano offrire l'opportunità su un piatto d'argento. Un pomeriggio a Formello, un applauso ai ragazzi di Gattuso, magari un primo segnale di distensione. Invece, poche righe hanno spento l'attesa.
Dietro quella decisione, tuttavia, non ci sarebbe una volontà di tenere lontani i laziali. Le ragioni sono principalmente due, entrambe legate alle condizioni del centro sportivo. La prima riguarda l'ordine pubblico: i lavori attorno al Fersini non sono ancora terminati e manca l'agibilità di una tribunetta destinata ai sostenitori ospiti. Senza quella struttura non sarebbe possibile garantire un'adeguata separazione dei flussi, prima, durante e dopo la partita. La seconda questione riguarda il terreno di gioco. Il campo è stato recentemente sottoposto a un importante intervento di rizollatura e le successive operazioni di semina e diserbo richiedono ora uno stop di circa 15-20 giorni. Una fase già programmata, tanto che anche la Primavera dovrà temporaneamente trasferirsi altrove per consentire al rettangolo verde di recuperare. La Lazio tornerà quindi a utilizzare i campi superiori per gli allenamenti e, con ogni probabilità, anche per la successiva amichevole contro la Juve Stabia. L'auspicio di Gattuso, dello staff e del direttore sportivo era quello di superare gli ostacoli e consentire un momento di contatto con la tifoseria. Davanti alle indicazioni dei consulenti tecnici, però, non ci sarebbero stati margini per procedere diversamente.
Resta il problema di come tutto questo sia stato raccontato. Perché una difficoltà oggettiva può essere compresa, soprattutto quando riguarda sicurezza e condizioni delle strutture. Ma in una Lazio attraversata da una frattura così profonda, la comunicazione non può limitarsi a notificare che le porte resteranno chiuse. Sarebbe bastato spiegare le ragioni, accompagnare la decisione, mostrare almeno la volontà di cercare un'altra occasione. Non avrebbe risolto il conflitto con la presidenza, né cancellato le ragioni della contestazione. Avrebbe però evitato che un impedimento tecnico assumesse, agli occhi di molti, il significato dell'ennesima porta sbattuta in faccia. Imperizia comunicativa o semplice concatenazione di eventi sfavorevoli, il risultato non cambia: anche quando esiste una spiegazione, la Lazio riesce a ritrovarsi al centro di una nuova polemica. E mentre Gattuso prova a tenere accesa una stagione che nessuno immaginava potesse cominciare così, il club continua a perdere occasioni per ricucire almeno il rapporto tra squadra e tifosi. Perché il Fersini può anche avere un problema di agibilità. Ma la distanza tra la Lazio e la sua gente, oggi, non si misura più soltanto in metri di tribuna.
