Lazio, mercato chiuso e squadra rifatta: nel caos è successo qualcosa di inaspettato
È stato l’anno più complicato. Quello della contestazione totale, dei trentamila in piazza, dello stadio svuotato e di un «Lotito vattene» diventato colonna sonora di un popolo. L’anno dell’addio di Sarri, della Lazio fuori dall’Europa per la seconda stagione consecutiva, delle casse sempre più vuote e di una stagione nata con presupposti quasi impossibili. Poi Gattuso. Una squadra da ricostruire mentre intorno si consumava una guerra civile sportiva, con Lotito sempre più distante dal suo popolo e contemporaneamente impegnato nella nuova avventura di Reggio Calabria.
Una Lazio costretta ancora una volta ad autosostenersi: vendere per incassare, incassare per comprare, sacrificare pezzi importanti per produrre quelle boccate d’ossigeno necessarie a rimettere in moto il mercato. Dentro questo mosaico già abbastanza inquietante c’è Angelo Fabiani. Direttore controverso, spesso identificato come naturale emanazione del presidente e quindi inevitabilmente investito dalla stessa contestazione. L’uomo dei motti, delle “technicality” cercate per smarcare regolamenti e vincoli, delle cessioni pesanti di Castellanos e Guendouzi, dell’intuizione Taylor. Ma anche quello delle balbettanti scommesse Dia e Noslin, della fissazione Dele-Bashiru e di operazioni che il campo non ha premiato. Insomma, materiale sufficiente per preparare trama e trailer dell’horror perfetto.
E invece, nel mercato forse più difficile e con meno aspettative della storia recente della Lazio, Fabiani si è ritrovato al volante di una macchina immersa nella nebbia e praticamente senza fari. Budget iniziale inesistente, portafoglio stretto dalla parsimonia di Lotito e mani legate dai parametri economico-finanziari. Ha lavorato utilizzando rapporti, conoscenze e intermediari, cercando formule compatibili con una situazione che concedeva pochissimo margine. Giuseppe Riso ha lavorato parecchio sull’asse che ha portato a Formello Frattesi e Pinamonti, due operazioni difficilmente pronosticabili all’inizio dell’estate. Il primo, soprattutto, dentro questa Lazio ha lo spessore del top player: due gol nelle prime due uscite, assist, corsa, inserimenti, cattiveria. L’altro porta con sé il peso e la speranza del centravanti. Andrea Pinamonti arriva con un pedigree importante e con l’obiettivo di ritrovare quella vena realizzativa capace di spostare davvero qualche equilibrio. Poi Doekhi e Pedraza a parametro zero, Sutalo attraverso un’operazione rinviata economicamente alla prossima stagione, come parte degli impegni assunti per Frattesi; Gudmundsson ancora in prestito, qualità aggiunta davanti. E Pinamonti costruito attraverso una formula capace di diluire il peso immediato dell’operazione. Non miracoli, perché i miracoli lasciamoli ad altri.
Soluzioni, alcune anche ingegnose, trovate dentro un mercato nel quale ogni euro doveva essere spostato due volte prima di poterlo spendere.
Anche le uscite hanno seguito una logica precisa. Non soltanto fare cassa, ma provare a liberarsi del peso di alcune operazioni che rischiavano di trasformarsi in zavorra. Dia al Rennes ha consentito di recuperare l’impegno economico diventato effettivo a luglio dopo il biennio precedente; Ratkov al Levante, attraverso un obbligo condizionato, prova invece ad alleggerire prospetticamente il bilancio e a chiudere una scommessa di gennaio che non aveva convinto Sarri e non ha conquistato Gattuso. Insomma, se non è stata una rivoluzione, qualcosa che le somiglia è accaduto. Nel mezzo della contestazione la Lazio ha provato almeno a cambiare pelle, ad autosostenersi e contemporaneamente a costruire una squadra diversa, più completa e, sulla carta, più forte di quella precedente. Ed è qui che bisogna riuscire a separare i piani. Si può considerare esaurito il ciclo Lotito, giudicare insufficiente e anacronistico il suo modello imprenditoriale, comprendere le ragioni profonde della protesta e contemporaneamente riconoscere che la direzione sportiva, dentro condizioni estremamente complicate, è riuscita quantomeno a consegnare a Gattuso materiale interessante sul quale lavorare. Senza santificare nessuno e senza distribuire medaglie il primo settembre. Per quelle, eventualmente, servirà il campo.
Adesso arriva infatti la parte più difficile. Tocca a Gattuso, allenatore accolto senza il credito popolare che accompagnava Sarri, con meno blasone, minore impatto mediatico e inevitabilmente più interrogativi addosso dopo la delusione del Mondiale mancato e che ha visto partire subito in salita la sua avventura con il sangguinoso ko contro il Mantova in Coppa Italia. Avrà una sola competizione e una rosa profondamente modificata. Avrà Frattesi, Taylor, Pinamonti, Gudmundsson, Doekhi, Pedraza, Sutalo e una Lazio che almeno tecnicamente ha provato a rialzare la testa. Ma non avrà ciò che per decenni è stato il carburante naturale di questa società: la sua gente. Perché la Lazio resiste alla bufera mentre sopra di lei rimane immobile quella mano proprietaria che una parte enorme del suo popolo considera ormai la causa principale dello sfinimento. È il gigantesco paradosso di questa stagione: provare a ricominciare mentre intorno si continua a chiedere che finisca un’era.
La squadra adesso ha qualche arma in più. Il mercato, considerate le condizioni di partenza, gliele ha consegnate. Gattuso dovrà capire come utilizzarle. I laziali continueranno la loro battaglia. Lotito, almeno per ora, resterà dov’è.
Poi parlerà il campo.
E «ai posteri l’ardua sentenza», scriveva Alessandro Manzoni nel Cinque maggio.
Mai come stavolta, però, la sentenza potrebbe arrivare molto prima dei posteri.
