Lazio | La riflessione di Zap a Radio Laziale: "E se avessimo sbagliato bersaglio?"
Il 17 agosto la Lazio è già fuori dalla Coppa Italia. Eliminata all’esordio, in casa, battuta 0-2 dal Mantova, una squadra di Serie B. Bisogna tornare indietro di circa sessant’anni per ritrovare un’eliminazione biancoceleste al primo turno contro una formazione cadetta. E mentre il campionato deve ancora cominciare, la Lazio è già l’unica squadra di Serie A fuori dalla Coppa. Potremmo parlare di Gattuso, delle sue scelte, di Dia che fatica persino a tenersi in piedi, di chi ha giocato male e di chi sarebbe dovuto entrare prima. Lo faremo, ci scanneremo come sempre. Ma prima provo ad alzarmi sopra la discussione e guardare la Lazio dall’alto. Perché continuare a discutere soltanto dei singoli significa osservare il cruscotto quando il problema è dentro al motore. Questa Lazio sta lentamente sprofondando perché da ventidue anni viene alimentata dallo stesso principio: spendere il meno possibile e provare a vincere attraverso qualità, bravura e fortuna. Qualità degli acquisti, bravura degli interpreti, fortuna in campo. Per anni ha funzionato, a volte persino magnificamente. Ma nel frattempo il calcio è cambiato.
Immaginate una maratona. Per anni la Lazio ha corso a cinque chilometri orari su una strada sostanzialmente pianeggiante. Compra, valorizza, vendi. Trova uno sponsor, aumenta i ricavi, azzecca Milinkovic, Luis Alberto, Immobile, de Vrij, Felipe Anderson e riparti. Poi la strada ha cominciato a salire. Sono arrivati fondi, proprietà straniere, capitali superiori, competitor più organizzati e un mercato nel quale sbagliare costa sempre di più. La strada è cambiata, Lotito no. Quei cinque chilometri orari sono rimasti cinque come capacità d’investimento, ma sulla salita valgono due. Tare ha fatto tante cose buone e commesso errori; Fabiani ha provato ad aumentare la rotazione e la produzione di valore: Guendouzi, Rovella, Castellanos, Tchaouna, poi Taylor, Ratkov e oggi Frattesi. Compra, valorizza, prova a vendere e riparti. Nel mezzo inevitabilmente sbagli: Dia, Noslin, Dele-Bashiru, Belahyane, Ratkov fino a prova contraria. Ma trovi anche Rovella, Taylor, Frattesi. Possiamo discutere se Fabiani sia bravo o scarso e possiamo sostituirlo idealmente con Sartori o con chiunque altro. Il problema rimane: chiunque venga qui deve affrontare quella salita con lo stesso motore. E oggi un errore che quindici anni fa potevi assorbire rischia di pesare tre volte tanto.
Nel frattempo la Lazio si barcamena tra saldo zero, mercato aperto, mercato chiuso, cessioni e incastri. Perde col Mantova e Gattuso inevitabilmente finisce sotto processo. Ma soprattutto c’è la rivolta di un popolo che ha deciso di sacrificare perfino il fattore campo pur di provare a cambiare la propria storia. Lazio-Mantova ci ha consegnato un’immagine quasi surreale: la Lazio giocava in casa, ma casa sua non sembrava più casa. La protesta dei laziali per me resta sacrosanta perché punta al cuore del problema: cambiare un sistema che non riesce più a stare al passo con il calcio che lo circonda. Inevitabilmente, però, quella protesta presenta un conto anche alla squadra. È il prezzo che una parte enorme del popolo laziale ha deciso consapevolmente di pagare per provare ad arrivare a qualcosa di più grande. E la Lazio resta nel mezzo, stretta tra una proprietà che non cambia e una tifoseria che non vuole più accettarla.
Io posso essere soddisfatto di Taylor e Frattesi e contemporaneamente essere tremendamente preoccupato. Non c’è contraddizione. Posso considerarli due acquisti da top dentro una realtà gestionale da bassa Serie A. Possiamo discutere per ore se Dia dovesse restare in campo settantacinque minuti nonostante faccia fatica a tenersi in piedi, se Gattuso abbia sbagliato formazione, cambi o impostazione. Questo è calcio e qui possiamo anche sbranarci. Ma il problema originario resta nel motore. Se questa Lazio domani dovesse galleggiare a metà classifica, scivolare nella parte destra o addirittura avvicinarsi pericolosamente alla zona retrocessione, nessuno dovrebbe cadere dalle nuvole. Non io che vedo buone operazioni, non chi considera sbagliato quasi tutto, non chi ha scelto di lasciare vuoto lo stadio. Questa Lazio è il risultato di un sistema rimasto sostanzialmente immobile mentre tutto intorno accelerava.
Cambiano i direttori sportivi, gli allenatori, i calciatori. Cambia la Serie A, cambiano le proprietà degli altri club, cambiano persino i laziali, arrivati a rinunciare alla propria casa pur di tentare di cambiare il corso della storia. L’unica cosa che non cambia è la capacità imprenditoriale messa a disposizione della Lazio. Lotito continua con il proprio modello, ha acquistato persino un’altra società e non sembra intenzionato a modificare la propria traiettoria. Qualcuno prova a smuovere questa situazione, magari qualcuno lo farà anche inseguendo interessi politici propri: lo vedremo. Finora nessuno è riuscito a scardinarla.
Nel mezzo restano la Lazio, i laziali, noi.
Il mercato non è finito e sarebbe scorretto emettere oggi una sentenza definitiva sulla squadra. Aspettiamo cosa arriverà. Ma Lazio-Mantova 0-2 deve almeno impedirci di raccontarci che sia tutto normale. Il 17 agosto siamo già fuori da una competizione. Lo stadio è svuotato dalla protesta, l’ambiente è dilaniato, la squadra è sola. Poi magari Gattuso troverà la formula, Frattesi cambierà il centrocampo, Taylor esploderà e qualcuno farà la stagione della vita. Qualità, bravura e fortuna, appunto.
Ma il punto resta sempre quello: se la strada continua a salire e tu continui ostinatamente a correre con lo stesso motore, prima o poi quelli davanti non li vedi più.
E quando cominci a guardarti alle spalle, il problema non è più arrivare primo.
È capire quanto sei diventato lento.
