Lazio, la lettera di Gregucci: "Senza tifosi non è la stessa cosa..."
RASSEGNA STAMPA - Angelo Adamo Gregucci, ex calciatore della Lazio, scrive una nuova lettera a Il Tempo dopo quella di giugno e si espone nuovamente sul rapporto tra la tifoseria biancoceleste e il presidente Lotito. Di seguito la lettera:
"Caro Direttore,
qualche mese fa ti scrissi che speravo con tutto il cuore di sbagliarmi. Oggi devo ammettere che, almeno sul punto principale, non mi sono sbagliato. E non ne provo alcuna soddisfazione.
Partiamo però dal campo, perché è il mio mestiere ed è giusto dare a ciascuno quel che è suo. Il nostro è un campionato di retroguardia rispetto agli altri grandi tornei europei, e la Lazio va valutata in relazione al livello generale. Atalanta, Bologna e Fiorentina stanno un po' tornando al loro posto, e in questo contesto la squadra di Gattuso può fare il suo dignitoso campionato. Mi stupisco semmai di chi si stupisce. Perché la Lazio è e sarà una squadra caratteriale: lo determina l'allenatore, e Gattuso è quello, non può essere diverso da sé stesso. Sangue, unione e senso di appartenenza non ci mancheranno in questa stagione. Sono certezze su cui si costruisce.
Ma siamo ancora in costruzione, questo va detto. È una squadra in embrione. La botta presa in Coppa Italia contro il Mantova, per quanto dolorosa, è servita anche a reagire: certe sveglie, nei gruppi giovani, valgono più di dieci allenamenti. I valori ci sono. A centrocampo, tra i titolari, ci sono delle certezze vere. Dietro bisognerà far crescere qualcosa, e servirà tempo.
Il punto, però, è un altro. Soprattutto vivremo un anno difficile per identità. I tifosi della Lazio non riconoscono Lotito come presidente mentre lui continua a ripetere che la società è sua. Finché il quadro resta questo, la stagione sarà inevitabilmente annacquata.
Perché il calcio non è soltanto undici contro undici. Provi a immaginare, Direttore, un Lazio-Napoli che vale l'Europa League giocata senza i nostri tifosi. Ci pensi davvero. Una partita così, in uno stadio muto, non è la stessa partita. Siamo depotenziati, e lo saremmo anche con una rosa più forte. Toglie qualcosa ai giocatori, toglie qualcosa all'allenatore, toglie tutto a chi quella serata l'avrebbe aspettata per mesi.
Il problema, lo ripeto, è identitario. E per ricomporre una frattura di questo tipo deve succedere qualcosa di clamoroso, perché le parti sono ormai arroccate, senza nessuna volontà di venirsi incontro. Da entrambi i lati. Quello che vedevo mesi fa come un muro contro muro, oggi è una posizione cristallizzata.
Lo dico con il dispiacere di sempre, non con lo spirito di chi fa polemica. Alla Lazio devo molto, qui ho i ricordi sportivi più belli della mia vita. E mi fa male vedere un ambiente ridotto così.
Sarà un anno molto complicato, al netto di quello che accadrà sul campo. Anzi, le dico di più: tutto il mondo comincerà a incuriosirsi di noi. Saremo il fenomeno più anomalo del calcio italiano, la squadra che va bene in classifica e gioca in uno stadio vuoto per scelta della propria gente. Verranno a studiarci, a raccontarci, a chiederci come sia possibile. E noi dovremo spiegare una cosa che non si spiega.
Perché la verità, caro Direttore, è semplice e durissima. Se tutto questo non si ricompone, non siamo la Lazio. Siamo una cosa differente, che le somiglia soltanto nei colori.
Ecco perché continuo a sperare in quel gesto clamoroso. Mi accontenterei anche di un primo passo, piccolo, purché vero. Gattuso e i ragazzi stanno facendo la loro parte. La gente, a modo suo, la sta facendo da anni. Manca sempre e soltanto la stessa firma in fondo al foglio".
