Lazio, Manzini: "Gascoigne, Signori e Boksic tra scherzi, proteste e misteri..."
Ecco 'In My Life', il documentario realizzato dalla Lazio per lo storico Team Manager Maurizio Manzini. Si tratta di cinque puntate che usciranno ogni venerdì alle 16 sulla piattaforma ufficiale della società biancoceleste. La seconda è chiamata 'Paul, l'amico geniale'. Di seguito tutte le sue parole.
“I Beatles erano veramente dei grandi artisti. Ho un ricordo personale particolare: loro vennero a Roma per un concerto con l’aereo ‘Comet’ che aveva una striscia nera e una scritta ‘BEA’, allora io presi un cartellino, scrissi ‘TLES’ e mi misi affianco al logo per fare ‘BEATLES’. Io poi gli inviai la foto a Londra, non so che fine abbia fatto. Erano della gente molto semplice, umile, sempre disponibile, non se la tiravano mai”.
“Una società di calcio, anche le più grandi, si reggono su due poli: una parte tecnica, a cui fa capo tutto lo staff e l’allenatore, e una parte logistico-amministrativa, che si occupa del quotidiano, dei viaggi, dell’organizzazione. E quello era il mio compito. Il compito del Team Manager è quello di supporto nel vero senso della parola, io il primo giorno ho assistito qualcuno per cose attinenti alla mia professione. Mi sono sempre trovato bene. Quando percepisci che i giocatori ti trattano come loro, allora puoi dire di star svolgendo bene il tuo lavoro”.
“Mi facevano anche gli scherzi. Su tutti Gascoigne, era mio figlio. Zoff diceva che era un genio. Una volta mi chiama il proprietario du un bar al Fleming, mi disse che Gascoigne ne stava facendo di tutti i colori. Sono andato di corsa e c’era la sala da ristorante che era malmessa e lui era steso su dei tavolini coperto di spaghetti, pizza, ecc. Se veniva un giornalista in quel momento, eravamo rovinati. Per cui ho cercato di farlo svegliare. Lui si alza, si toglie di dosso tutto e mi dice: ‘Tu pensato che io ero ubriaco? Fatto scherzetto’. L’avrei ammazzato! (ride, ndr.)”.
“Gascoigne una volta ebbe un infortunio abbastanza fastidioso. C’era un massaggiatore che lo curò come un figlio e accorciò di parecchi giorni il suo rientro. Un giorno arriva in ritardo all’allenamento in sella a un Harley Davidson arcobaleno che ha regalato proprio a quel massaggiatore perché l’aveva trattato bene. Lui era davvero molto generoso”.
“Un giorno ci fu qualcosa che dispiacque moltissimo a Gascoigne, era successa una cosa seria e piangeva. Zoff l’ha preso e se l’è messo in braccio come un bambino, calmandolo. A me quella cosa mi è rimasta sempre in mente, come un padre che consola il figlio che ha avuto un problema. Una volta c’era stata una specie di marcia, come una protesta civile verso la sede della Lazio. La gente camminava e Zoff si unì al gruppo, perché pensava che le cose che i tifosi credevano erano corrette.
“La protesta dei tifosi per l’addio di Signori? Noi eravamo in Brasile, per noi quelle ore erano una sciagura. Si perdeva un simbolo, per cui venne vissuto così. Avevano tutti ragione: i tifosi vedevano in Signori una bandiera, mentre l’imprenditore giustamente aveva ricevuto un’offerta che non poteva rifiutare. Secondo me, ob torto collo, aveva fatto bene. Quell’episodio di Signori fu forse uno degli ultimi in cui il calcio, prima di diventare un’industria, rimase la squadra del cuore e dei tifosi. Ai tifosi in quel momento interessava il giocatore migliore, che era proprio Beppe”.
“C’è una trasferta che non dimenticherò mai, feci una figuraccia. Dovevamo andare a Sion, organizzai un viaggio che ci portava in treno da Roma a Sion passando per Milano e Ginevra. Ci volevano praticamente sette ore. Solo dopo però scoprii, con grande vergogna, che esisteva un volo diretto da Milano a Sion che durava 50 minuti. Mi sono sentito umiliato. Finito l’allenamento a Sion, io ero avvilito in panchina. Tutti i giocatori arrivarono e mi lanciarono in aria come a farmi capire che rimanevo uno di loro. Ancora mi commuovo (piange, ndr.)”.
“Cos’è successo con Boksic a Dortmund? Non doveva andare in bagno, aveva solo le scarpe troppo strette. Per questo è andato negli spogliatoi e se l’è cambiate. I vizi dei calciatori? Ogni situazione è diversa, a volte devi fare un’opera di persuasione e a volte devi importi. Boksic una volta sentiva la maglietta troppo stretta proprio poco prima della partita contro il Perugia. Addirittura Eriksson, che era un signore, perse la testa e gli disse di andare a fare la doccia chiamando un altro giocatore”.
“Klose? Alla fine del suo primo allenamento prese la rete e mise dentro tutti i palloni che erano sparsi in campo, se li è caricati e li ha dati ai magazzinieri. Un gesto di una grande semplicità, rispetto e signorilità. Ha dimostrato di avere grande rispetto per i più umili. Riedle? Aveva doti da giocatore di basket. Quando saltava, mentre gli altri ricadevano, lui ancora saliva. È stato un grandissimo giocatore. Faceva coppia con Doll, erano molto amici. Anche Doll era bravo e si seppe imporre. Per me sono stati sempre tutti numeri uno. La dote principale per un Team Manager è far sentire che tu li consideri tutti uguali, anche se non saranno mai tutti uguali. Ognuno poi sa qual è il loro valore, ma lo sanno loro e lo ammettono loro, non gli altri. Sono attori di uno spettacolo come il calcio. Non c’è teatro in cui ci siano attimi di tensione. All’inizio ti dà esaltazione entrare a far parte di un gruppo così, ti sembra di essere uno di loro. Fortuna però che dura solo un attimo, perché non sei come loro. I giocatori sono i veri attori, la gente va allo stadio per vedere loro. Quando vinci la sensazione è che ti senti uno di loro".
