Lazio, l’inchiesta: cosa sta succedendo, la scelta di Lotito e gli effetti causati
C’è la protesta. Quella visibile, rumorosa, persino feroce. Quella raccontata per mesi attraverso striscioni, social, cori, prese di posizione e contestazioni. E poi c’è un’altra storia, molto più delicata, che adesso cammina nelle stanze della Procura. Un’indagine che ha colto di sorpresa il mondo Lazio e che prende le mosse dalle denunce presentate da Claudio Lotito, convinto dell’esistenza di un disegno più ampio dietro alcune delle iniziative e delle informazioni circolate negli ultimi mesi. Una prospettazione sulla quale gli inquirenti stanno svolgendo accertamenti e che, proprio per questo, non può essere trasformata oggi in una verità giudiziaria. Le ipotesi restano ipotesi. Gli elementi investigativi dovranno trovare riscontro. Le eventuali responsabilità dovranno essere dimostrate. È importante comprendere esattamente questo passaggio. Un decreto di perquisizione e sequestro appartiene alla fase delle indagini preliminari: fotografa ipotesi accusatorie, esigenze investigative e gli elementi raccolti fino a quel momento. Non certifica responsabilità penali e non rappresenta una sentenza. L’attività disposta serve proprio a cercare ulteriori riscontri, acquisendo elementi che possano confermare oppure smentire la ricostruzione investigativa. È una distinzione giuridica, prima ancora che giornalistica, fondamentale per comprendere ciò che sta accadendo. Ma è proprio qui che la vicenda diventa ancora più complessa. Perché esiste un rischio che non può essere ignorato: confondere ciò che eventualmente appartiene al dolo con ciò che appartiene invece alla critica, al dissenso e soprattutto a un malessere popolare ormai gigantesco. Se qualcuno ha commesso reati sarà la magistratura ad accertarlo e ciascuno risponderà esclusivamente delle proprie condotte. Ma esiste contemporaneamente una moltitudine di laziali che non appartiene ad alcun disegno, non conosce strategie occulte e semplicemente non ne può più. Un popolo che a luglio è sceso in piazza in oltre trentamila. Un popolo che ha scelto persino di non abbonarsi, autoinfliggendosi forse la negazione più dolorosa per un tifoso: rinunciare alla propria casa, alla propria curva, alla propria domenica, pur di gridare il bisogno di immaginare un domani diverso e più ambizioso.
È questo il cortocircuito che rischia adesso di diventare enorme. Perché quel popolo sente il pugno e non la mano tesa del proprio club. Ed è lo stesso popolo che squadra e direttore sportivo hanno chiamato a gran voce, chiedendo vicinanza, sostegno, appartenenza. Proprio loro, oggi, rischiano di ritrovarsi nel punto più stretto della morsa. La squadra, l’allenatore, il direttore sportivo e gli altri comparti del club si trovano davanti agli effetti di una vicenda giudiziaria che inevitabilmente finirà per riversarsi anche sull’ambiente sportivo. Una situazione che ha spiazzato Formello e che rischia di rendere ancora più complicato ricucire un rapporto già fragilissimo con la gente laziale. Qui, però, occorre un’altra distinzione. La genesi dell’iniziativa giudiziaria descritta negli atti è riconducibile alle denunce di Claudio Lotito. Non sarebbe corretto attribuire automaticamente questa scelta alla squadra, all’allenatore, al direttore sportivo o indistintamente agli altri dirigenti del club. Il materiale disponibile consente di raccontare l’iniziativa del presidente; non consente di attribuire agli altri comparti societari la medesima volontà. Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più dirompenti sul piano ambientale: mentre il campo prova a richiamare i tifosi, fuori dal campo il rapporto tra proprietà e una parte enorme della tifoseria entra nella sua fase forse più dura. Dentro l’inchiesta esiste poi un capitolo particolarmente sensibile: le notizie circolate sulla possibile vendita della Lazio e sull’interessamento di presunti investitori stranieri. Un terreno delicatissimo anche perché la S.S. Lazio è una società quotata in Borsa. L’attività investigativa punta a ricostruire origine, circolazione e fondatezza di determinate informazioni e i rapporti intercorsi fra alcuni soggetti coinvolti. L’ipotesi sulla quale si lavora riguarda la possibile diffusione di informazioni ritenute false e potenzialmente idonee a incidere sul prezzo del titolo. Ma, ancora una volta, un’ipotesi investigativa non equivale alla dimostrazione di un reato. Ed è proprio la ricerca di comunicazioni, documenti e dati a dover consentire agli inquirenti di verificare se quella ricostruzione trovi riscontri concreti.
Tutto legittimo sul piano investigativo. Tutto valutabile sul piano accusatorio, purché alla fine corroborato da elementi probatori reali e non trasformando semplici indizi in sentenze anticipate. Se esistono condotte penalmente rilevanti, dovranno essere individuate e perseguite. Senza sconti. Ma separandole chirurgicamente da tutto il resto. Contestare Lotito non significa partecipare a un complotto. Desiderare la cessione della Lazio non significa manipolare il mercato. Manifestare, non abbonarsi, criticare una gestione o chiedere un altro futuro appartiene al terreno del dissenso e della libertà del tifoso, finché naturalmente tutto questo rimane dentro i confini della legge. Ed è qui che Claudio Lotito si assume anche una responsabilità che non è giudiziaria, ma politica e gestionale nei confronti del proprio mondo. Ha scelto di affidare al diritto la risposta a condotte che ritiene abbiano oltrepassato quel confine. È suo pieno diritto farlo. Ma dovrà essere altrettanto netto il confine tra i singoli fatti oggetto degli accertamenti e la protesta di un’intera tifoseria. Perché sovrapporre i due piani produrrebbe un effetto devastante: trasformare un conflitto tra presidente e una parte della sua gente in un muro contro muro dal quale rischierebbero di uscire sconfitti soprattutto coloro che quel muro non lo hanno costruito. La squadra, innanzitutto. L’allenatore. Il direttore sportivo. Chi ogni giorno lavora a Formello e poi deve presentarsi davanti a uno stadio che avrebbe bisogno di ritrovare. Sono loro che rischiano adesso di rimanere senza ossigeno, schiacciati tra una proprietà che ha scelto la strada più dura sul piano giudiziario e una tifoseria che potrebbe percepirla come l’ennesima distanza scavata nei suoi confronti. Una morsa che può stringersi ancora. Perché il calcio non vive soltanto di diritto, bilanci e responsabilità individuali. Vive di appartenenza. Di riconoscimento. Di gente. L’epilogo giudiziario è ormai nelle mani degli inquirenti. Quello sportivo e sentimentale continua invece a consumarsi ogni domenica. E nessuno dovrebbe confondere i due terreni. Perché al di là delle carte, delle indagini e delle eventuali responsabilità individuali, resta qualcosa che nessuna Procura potrà ricomporre: il rapporto tra Claudio Lotito e una parte enorme del popolo laziale appare morto e sepolto. Non è più una contestazione occasionale. È diventata una separazione emotiva. Una distanza sedimentata negli anni e ormai arrivata al punto in cui persino lo stadio, il luogo nel quale ogni distanza dovrebbe annullarsi, è diventato lo strumento attraverso il quale manifestarla. La magistratura stabilirà se dietro alcuni episodi ci fosse davvero qualcosa di diverso dalla protesta. È giusto che lo faccia. Ma sarebbe altrettanto pericoloso leggere attraverso la lente dell’inchiesta l’urlo di un intero popolo. Perché quell’urlo non nasce in una chat, non nasce da un articolo e non nasce da una strategia. Nasce da anni di incomunicabilità, dalla sensazione di non essere ascoltati, dal desiderio di riconoscersi nuovamente nella propria Lazio. E allora rimane l’immagine più amara: una squadra che chiama il proprio popolo e un popolo che ama quella squadra al punto da scegliere di starle lontano. Separati in casa. Con squadra, allenatore e dirigenti stretti nel mezzo di una battaglia che rischia di togliere loro persino il respiro. E con la Lazio, ancora una volta, terribilmente sola.
